UN CAMMELLO PER MUMBAI

Spettacolo rappresentato il 23 novembre 2014 presso La Casa di Alex in occasione della "Giornata internazionale contro la violenza di genere".
La notizia di cronaca(ANSA) - NEW DELHI, 3 AGO 2014 - Un cammello vagabondo del Rajasthan ha creato per tre ore il caos nel sistema ferroviario indiano ostinandosi a camminare sui binari e bloccando cosi' la circolazione di almeno otto treni, molti dei quali dell'arteria fondamentale che collega New Delhi a Mumbai.

Un cammello per Mumbai

Ovvero domestiche violenze

 

 

SCENA PRIMA

( due sgabelli, uno sul proscenio a destra uno a sinistra sul fondo. A chiudere lo spazio, in fondo due attaccapanni, di quelli ad albero. Tutta la scena al buio tranne sullo sgabello di destra dove siede Hardeal)
 
Hardeal:              Mi chiamo  Hardeal, Hardeal Singh, ho quarantanove  anni. Sono un bigliettaio delle ferrovie indiane sulla tratta che collega New                                Delhi a Mumbay.
Sono quasi due anni che faccio questo mestiere; beh, da quando sono tornato in India. Prima abitavo in Italia, a Milano, non proprio a Milano ma  vicino… a Cologno.
Treni anche lì tutti i giorni; mattina e sera. Ma lì ero passeggero per molti anni. Treni verdi tutti i giorni da Cologno a Milano, da Milano a Cologno. Io, mia moglie aveva trovato lavoro a Cologno. Scusate, ma di mia moglie a chi può interessare? Dicevo, mi chiamo Hardeal, Hardeal  Singh. Lavoro alle ferrovie indiane. Oggi mi sta succedendo un bel fatto, quasi comico direi, soprattutto per uno come me che s’è fatto un bagno nella cultura occidentale per oltre quindici anni. Pensate cosa mi sta succedendo intorno. Sentite le grida, sentite le sirene? no non potete sentirle, comunque tutto inutile.
Un cammello vagabondo del Rajasthan, proprio nello stato dove sono nato. Anche mia moglie è nata da quelle parti in un villaggio vicino al mio, tutti e due nel distretto di Kota; era bella mia moglie, bellissima. Ma no, che senso ha mia moglie col cammello. Già, il cammello sta creando un gran caos nel sistema ferroviario indiano ostinandosi a camminare sui binari e bloccando così la circolazione di almeno otto treni, molti dei quali dell'arteria fondamentale che collega New Delhi a Mumbai. Come il treno su cui lavoro io. Una bella bestia, l’ho vista, prima di rinchiudermi qui in attesa che qualcosa si sblocchi. Sarebbe piaciuto anche a mia moglie e anche ai miei figli, certo. Lasciamo perdere; dicevo: il cammello, bestia di due metri, che in Rajasthan è "animale di Stato", ha deciso di invadere i binari e ci fa la passerella.
Non c’è verso per mandarlo via.
 
(finge di scostare delle tendine e di guardare al di là di un immaginario vetro)
 
Vedete, è ancora lì, come gli si muovono le gobbe; chissà come sarebbero felici Chandana  e Iravat, magari saltargli sulle gobbe, forse Chandana no, ha quasi vent’anni, beh sua madre, mia moglie, era già madre di lei da due anni abbondanti a quell’età, ma Iravat sì, ne ha dodici, ancora bambino, dodici anni: la stessa età di sua madre, Kali, quando mi sposò. Forse anche a Kali piacerebbe vedere il cammello. Non posso farci niente se mia moglie, anche i miei figli, ma lei su tutto, lei Kali, mi ronzano, mi ronza in capo, sempre. Mia moglie e la mia colpa sono un mal di testa fisso che mi prende dal mattino alla sera, quando non faccio il turno di notte, non mi lascia neppure di notte il mal di testa. Ma almeno quando lavoro, mi distraggo un poco: “Biglietti signori… biglietti…”, ci penso meno a ciò che ho lasciato in Italia. Ci voleva anche il cammello sacro che voleva andare a Mumbai a spasso sui binari del treno, del mio treno, a non permettermi distrazioni e così ecco che torna lei, sì nella mente, senza volto, non ho più il coraggio di vedere quel volto…
 
(si illumina, alle spalle di Hardeal, una figura femminile, con una maschera neutra a coprirne il volto, è l’immaginata Kali nel capo di Hardeal)
 
Kali                          Me l’ero pensato per bene il mio matrimonio. Una cosa alla grande. Non ne avevo mai visti, ma avevo sentito racconti… Il fuoco acceso sotto il Mandapa a testimone dei voti degli sposi, certo sognavo… poi tutto all’improvviso… mio padre e mia madre che mi chiedono di sedermi davanti a loro, attorno al tavolo grande. Mio padre che pone sul tavolo il Mahabharata, la nostra Bibbia, diciamo così, o se credete il nostro Vangelo, una roba così, per noi induisti. Con la mano sul libro sacro, interpretandolo a modo suo, ma in tanti in India, e nel Rajasthan in particolare, la pensano così, seppi subito che ero stata promessa in sposa con un vecchio di dodici anni più di me, un vecchio figlio di un collega di mio padre. Non mi lasciarono tempo, mia madre mi abbracciò e mi baciò, mio padre mi abbracciò e mi baciò. Le nozze tre giorni dopo.
 
Hardeal           Non conoscevo Kali. Fu mia madre a dirmelo. Dissero che era una brava ragazza e che sarebbe stata una buona madre dei nostri figli. Non compresi subito quanti anni avesse. Non mi aspettavo un matrimonio imposto, non me lo aspettavo dalla mia famiglia, perché altrimenti nel mio borgo era cosa abbastanza frequente. Credo che a convincere i miei sia stata la promessa di una ingente dote da parte dei genitori di Kali. Io non ebbi tempo per riflettere o per obiettare e alla fine rifiutare un matrimonio, un matrimonio, un simile matrimonio, lo stabilire un’unione che la legge vieta, e allora fatto tutto di nascosto.
 
Kali                             Fui ceduta, anche se dietro non ci fu nessuna ricompensa, anzi i miei fecero sacrifici per mettere assieme la gran dote promessa, fui ceduta con una cerimonia di fretta per non dare nell’occhio. Il giorno prima, comunque, mi vennero dipinti  i piedi e le mani con l'hennè,  una sorta di addio al nubilato, come dite qui in occidente. Sì perché io qui da voi in Italia ci sono rimasta. Una cerimonia a cui solitamente partecipano le amiche e le parenti della sposa e poi… poi  musica e gran  canti d’augurio: per non dare nell’occhio, nulla di tutto ciò, solo l’henné su piedi e mani.
 
Hardeal           Anch’io ci avrei tenuto al mio cavallo bianco con cui arrivare da Kali, che ancora non conoscevo, il giorno delle nozze come tradizione, invece tutto di nascosto per non farci beccare dalla legge.
                        (a parte) Ma lo dice il Mahabharata, dice “non attendere oltre” e si riferisce alle ragazzine che dopo tre anni dalla pubertà devono scegliere subito un compagno, altrimenti sono le famiglie a fare tutto. Ma Kali era diventata donna da meno di un anno. Certo qui sarebbe da spiegare tutto, parlare con voi, lasciare il mio treno in India alle prese con un cammello sacro, e dirvi delle superstizioni che ci fanno ingoiare con la scusa delle fedi, delle religioni, delle vacche e dei cammelli sacri, qui da noi. Tra i tanti lavori che ho fatto, ricordo, facevo da sguattero, pulizie e poco altro, in una casa ricca del centro a Milano. Lì ci stava la signora Giovanna, aveva un barboncino nano, la sua unica cura, il suo unico affetto, dalla mattina alla sera lo coccolava e lo ingozzava di caramelle, fino a che un giorno lo fece scoppiare, morire. Anche noi in nome della religione ci ingozzano; l’ho capito dopo, vivendo con la splendida Kali, che anche quello del matrimonio forzato era una caramella avvelenata che ci avrebbe fatto scoppiare, morire. Dico di una morte diversa, non fisica…
 
Kali                             Cominciai ad odiarlo dalla prima volta che lo vidi, cercai quasi di nascondermi, ma non avevo posti per farlo, mi nascosi dentro di me
Hardeal           non una morte ma una costrizione ad essere aridi, privati, almeno lei, di qualsiasi sentimento nei miei confronti e io privato dalla possibilità di darle affetto e soprattutto farle capire che l’avrei sempre rispettata.
(Kali prende un lembo della sua gonna – o di un sahri o meglio ancora un foulard sulla gonna, in modo da potersene separare– mentre Hardeal raccoglie da terra una sciarpa arancio, se la pone al collo. Si avvicina a Kali che, tenendo in mano sempre il lembo della gonna/sahri, indietreggia. Hardeal con dolcezza prende il lembo del foulard e fa un nodo con il lembo della sciarpa. Pausa luce sul nodo. Sciarpa e foulard col nodo in mezzo vengono posti su due attaccapanni in fondo alla scena. Il nodo deve essere finto in modo che spostando di poco i due attaccapanni possa in seguito sciogliersi.) 
 
Hardeal           sposati, dunque
 
Kali                 dunque sposati
 
Hardeal           Io da quando la vidi mi innamorai di lei, sarebbe diventata mia moglie, capii subito che ci sarebbe voluta pazienza, tanta pazienza…
 
Kali                 Io non smisi di temerlo, di odiarlo, ma ero sposata con lui e sarei stata moglie del, come dite voi, del mio papi, dodici anni più grande di me, io bambina , sì bambina
 
(buio)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
SCENA SECONDA
(luce su nodo tra i due attaccapanni, i personaggi in scena. Buio. Luce su Hardeal)
 
Hardeal           Dunque sposati, venticinque anni fa, come dite dalle vostre parti, nozze d’argento. Le nostre nozze imposte, io che l’amai appena la vidi, così bambina, così indifesa, così intimorita…
 
(luce su Kali, poi luce fissa sui due e sul nodo)
 
Kali                             Sposata ma continuai a odiarlo, nella mia ingenuità di bambina mi ostinavo a ripetermi: prima o poi finirà.
Hardeal           Mi accorsi subito delle sue paure, dell’odio nei miei confronti che usciva dai suoi occhi .
(finge di riguardare dal finestrino)
                        Maledizione: il cammello è ancora lì, ma prendetelo a botte, a calci quell’animale divino, andate contro la religione. Cosa ha combinato a me la credenza religiosa… Via quel cammello, voglio riprendere a girare per le carrozze del treno col mio “Biglietti signori… biglietti”.  Se non riprendo a lavorare il pensiero di Kali, la mia dolce Kali, mi farà scoppiare la testa.         Feci di tutto per farle passare quella paura, della quale io non riuscivo e non riuscirò mai a prendermi colpa, quelle nozze furono imposte anche a me, sì, io adulto con quella bambina tanto, tanto piccola. Io non sono mai riuscito a farmene una colpa, una colpa dico mia, altre storie mi impediscono ora di rivedere il volto delicato.
Kali                 Papi, nonostante l’odiassi, riusciva spesso a stupirmi. C’eravamo trasferiti a Kota e quando arrivai nella sua casa per la prima volta,  ad esempio, mi prese per mano e mi portò nella grande camera da letto, io cercavo con gli occhi, disperatamente, tutti i possibili angoli dove avrei potuto nascondermi. Quando la sua voce mi scosse
Hardeal           Tu da stanotte dormi qua, io mi sistemo nell’altra stanza, sui cuscini…
Kali                 Lui allora lavorava in ferrovia. Faceva manutenzione tecnica. Usciva tutte le mattine presto, io lo sentivo uscire e tiravo un sospiro di sollievo.            Nel caseggiato c’erano tante bambine della mia età, papi mi convinse a frequentarle e a giocare con loro. Piano piano riscoprii l’infanzia. Papi volle che riprendessi gli studi e ogni giorno alla fine del suo turno mi veniva a prendere a scuola, a casa c’era già il cibo pronto, io del resto non dovevo fare nulla, lui puliva, lui faceva la spesa, lui stirava. Io dovevo studiare e giocare. Mai, in quegli anni, mi chiese qualcosa di più…
Hardeal           E cosa mai avrei potuto chiederle, era qualcosa di più di un fastidio, un qualcosa da rodermi dentro tutto il pensare, benché io l’amassi, di abusare di lei, anche se quella fottutissima superstizione religiosa del non aspettare oltre mi permetteva, anzi quasi mi obbligava a prenderla, soprattutto da quando non era più una bambina ma una splendida giovane signorina.
Kali                 Pian piano l’odio si stemperava, una specie di affetto verso papi si costruiva in me: la sua gentilezza, le sue cure, la sua pazienza. Una sera arrivò rabbuiato a casa. Gli chiesi che ci fosse; rispose
Hardeal           È che… lascia perdere, come è andata oggi a scuola?
Kali                 In quegli stessi giorni ricevetti alcune lettere dai miei, in cui mi si chiedeva come mai non gli avevo ancora dato la gioia d’un nipote, forse che mio marito mi trascurasse? Richiusi la busta con cura e la rispedìi con scritto sulla busta “sconosciuta”. Non dissi nulla a papi…
Hardeal           Ormai ero diventato lo zimbello dei colleghi alla stazione, “te la tieni in casa, ma che ci fai? Neppure un figlio dopo quattro anni!” Non ce la facevo più e un giorno…
Kali                 Un giorno Hardeal più rabbuiato che mai mi disse
Hardeal           Non ce la faccio più, sto diventando lo zimbello di tutti. Ho deciso…
Kali                 Mise sul tavolo due biglietti d’aereo per l’Italia, domani partiamo
Hardeal           Un compaesano, da anni in Italia, vicino a Milano, ci avrebbe ospitato per alcuni giorni. Avevo pagato poche rupie i documenti falsi per lei ancora minorenne.
Kali                 Poi ci saremmo sistemati, certo non riuscivo ad amarlo quel marito imposto, ma quegli anni in cui ero sempre stata rispettata, mai toccata, mi avevano persuasa a fidarmi di lui.
(buio)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
SCENA TERZA
(luce su nodo tra i due attaccapanni, i personaggi in scena. Buio. Luce su Hardeal)
 
Hardeal           Milano, vicino a Milano… Cologno.
Kali                 Casermoni, noi da piccoli villaggi vicino a Kota
Hardeal           Smarriti, il mio compaesano Hiresh mi aveva, ci aveva trovato un piccolo locale, una specie di scantinato, in un palazzone di Cologno
Kali                             Una stanza triste, una finestra in alto da cui entrava poca luce. Un’unica stanza con dentro la cucina, accanto un cesso, sì, un cesso, come ho imparato a chiamarlo qui da voi. Ho avuto paura questa volta non di papi ma dell’ambiente in cui eravamo finiti.
Hardeal           C’eravamo finiti perché stanchi dell’insistenza dei miei, dei suoi, a pretendere un nipote, e poi le risate dei miei colleghi dei quali ero diventato lo zimbello
Kali                             Ebbi paura
Hardeal           Avemmo paura
(i due si avvicinano, giungono davanti al nodo, si abbracciano. Ritornano ai loro sgabelli)
Kali                 Quella notte, per la prima volta, feci sesso con papi
Hardeal           Quella notte, per la prima volta, feci l’amore con Kali
Kali                 Poco dopo rimasi incinta. Poi nacque Chandana.
(Kali raccoglie da terra un abito rosa, da bimba, oppure qualsiasi altro oggetto che possa ricordare agli spettatori la nascita di una bambina. Lo appende all’attaccapanni da cui parte il foulard)
Kali                 Papi cercò lavoro, trovò lavoro. Faceva pulizie, lavorava tutto il giorno, ma trovava anche il tempo per lavare, stirare, fare la spesa e far da mangiare; spesso cambiava anche Chandana. Io ero trattata …
Hardeal           …la mia regina. Avrei fatto qualunque cosa per lei. In quello scantinato ci stavamo stretti, cercai casa. Trovai casa, feci sacrifici. Due locali più cucina. Chandana cresceva.
Kali                             Chandana fu portata all’asilo. Più libera, cercai lavoro. Io continuavo a fare sesso con papi, papi continuava a fare l’amore con me. Trovai lavoro. Gli studi che mi aveva fatto fare papi in Rajasthan mi permisero di trovare proprio un impiego nell’asilo di Chandana.
Hardeal           Sapevo, mi ero convinto, che a Kali non riusciva di amarmi, tutt’al più mi sopportava; lei con me faceva sesso, io con lei facevo l’amore. In casa entravano soldi, Kali continuò a lavorare in quel posto anche dopo che Chandana  aveva lasciato l’asilo. Comprammo una piccola macchina. Portavo in piscina Chandana.
Kali                             Otto anni dopo Chandana nacque Iravat
(Kali raccoglie da terra un abito azzurro, da bimbo, oppure qualsiasi altro oggetto che possa ricordare agli spettatori la nascita di un bambino. Lo appende all’attaccapanni da cui parte il foulard)
Hardeal           Due figli, una che studiava e uno che correva per casa. Kali che lavorava, io che facevo di tutto, pulizie, autista, cameriere, dovunque capitasse. I vicini ci volevano bene, ci facemmo amici. Dall’India i miei e i suoi ci facevano sapere che erano contenti.
(buio)
 
 
 
 
SCENA QUARTA
( La medesima scena ereditata dalla terza e quindi appesi all’attaccapanni di sinistra i due simboli per indicare la presenza di figli nella vita di coppia di Hardeal e Kali)
 
Hardeal           Anche Iravat cominciò a frequentare le scuole elementari.
 
Kali                 Io più libera, Chandana si occupava del fratellino, lo andava a prendere a             scuola.
                        Se c’era bisogno gli faceva fare anche i compiti. Io oltre all’asilo,   trovai lavoro                           all’edicola della piazza vicino a casa, i due proprietari, vicini di casa, tanto gentili,                       erano vecchi, una vita a far levatacce e rientrare al buio a casa. Così dalle cinque alle                 otto chiesero a Hardeal se lui poteva dar loro una mano a seguir la chiusura.
 
Hardeal           Quando ne parlai a casa, Kali disse subito che io non avrei potuto farcela            
                        con tutti i servizi che facevo in città, lo avebbe fatto lei.
 
Kali                 Chandana è capace di badare a Iravat, non è per soldi, ma almeno faccio                                      qualche altra cosa che guardare la televisione, e poi anche i soldi…                                               magari ci compriamo una macchina un po’ più grande… che ne pensi papi…
 
Hardeal           Fui contento, sapevo che non ero riuscito a farla innamorare e che mai ci   sarei                            riuscito, avevo perso ogni speranza, in tal senso, ma andavamo d’accordo e  i figli                       erano davvero una bella colla. Iravat e Chandana davano entrambi soddisfazioni. Lei               continuava a far sesso con me e io a fare l’amore con lei.
 
Kali                 Ben presto ci comprammo una macchina nuova, più grande. Tutta la gente del                             quartiere  ci stimava, eravamo integrati benissimo. Io col lavoro all’asilo avevo                            conosciuto centinaia di mamme, che quando andavo in giro per il quartiere                             conoscevo tutte o quasi, e poi, col lavoro all’edicola ancora di più.
 
Hardeal           Agli occhi di tutti eravamo una gran bella famiglia, mai a nessuno avevamo                                 raccontato la nostra storia, ce ne vergognavamo, io anche per lei
 
Kali                 Io, una volta, ne ho parlato. Hardeal non seppe nulla. Erano vent’anni che ci
                        eravamo sposati, che ci hanno sposati, che ci hanno sposati… la verità… tutti e due                    lo sapevamo, non lo avevamo dimenticato.
 
Hardeal           La famiglia, agli occhi degli altri, sembrava filare sui binari della normalità, così               tanto normale per gli altri che, quasi quasi, cominciavo a crederci anch’io nella                            normalità.  Non ho mai capito cosa sia la normalità, non dico la normalità indiana,                     non dico la normalità italiana, dico la normalità normale, quella stupida che ci                          avvolge come ovatta, garza, delicatamente. Per me normale è la stanchezza fisica,              sono i cambi di temperatura tra notte e giorno, col sole o con le nuvole, il cambio                         delle stagioni, questo è normale… magari è normale anche il cammello che                                passeggia  qui sui binari. Da ragazzo pensavo che la normalità sarebbe stata la fine di                 ogni rapporto, di ogni unione. Invece sono giunto a sperare che anche il nostro                          matrimonio fosse nella normalità. Un matrimonio normale uscito dalla normalità di                normali storie di credo e superstizioni.
Kali                 Mi sembrò normale parlarne con Monica, la madre di uno dei tanti bambini                                  dell’asilo. Era il quarto bimbo che le cambiavo e vestivo. Eravamo diventate amiche.                  Una domenica al parco, Hardeal  era stato chiamato da amici per dare una mano a far                         trasloco… I bambini giocavano assieme, lei raccontò di suo marito, che spesso le                       sembrava pensieroso e assente… io non la ascoltavo, ma sentivo venirmi su da                          dentro la storia mia e di papi, vent’anni di storia che mi girava dentro, arrivò alla                   bocca…  uscì. Monica mi chiese “Non sai cosa è l’amore?” “No” risposi a bassa                           voce…
 
(buio)
 
 
 
SCENA QUINTA
( idem)
 
Hardeal           Tutto normale. Avevo ripreso a cucinare io, la sera, per cena. Kali continuava a                            lavorare in edicola. Mattina e primo pomeriggio asilo, tardo pomeriggio edicola.                          Chiudeva tardi. Ai primi tempi alle otto e dieci, otto e un quarto era a casa e si                                 metteva ai fornelli… ma il lavoro andava bene e i due vicini di casa, i proprietari, le                avevano chiesto di chiudere un poco più tardi… un poco così, per attendere l’ultima              grande sfornata di quelli che arrivavano da Milano in metrò. Me l’aveva detto Kali…               bene… io ero contento… tutto era normale, la normalità aveva teso le sue reti ed                         entrambi c’eravamo cascati…
 
Kali                 Tutto normale… o quasi. Una sera mentre chiudevo, ero lì inchinata sui cassoni dei                     giornali di resa. Mi si avvicina uno e mi chiede se potevo ancora vendergli una                            rivista. Una rivista d’auto, ricordo bene…
 
Hardeal           Col lavoro di tutti e due, avevamo messo via un po’ di soldi, ben più del necessario                    per esaudire il nostro, credo nostro, sicuramente il mio sogno, andare tutti e quattro               in  Rajasthan, per far vedere  Chandana e Iravat ai nonni, io orami li avevo perdonati                  da un pezzo… Chiesi dunque a Kali             se volesse smettere almeno uno dei due lavori,                         la vedevo stanca, anche se mi sembrava felice, spesso le spuntava sulle labbra un                     sorriso che non le conoscevo. Io di ciò ero felice…
 
Kali                 No, in Rajasthan non ci volevo andare, i miei non li ho mai perdonati e credo che mai                 lo farò e poi… poi il lavoro mi distrae…  Certo papi  non   mi metteva più la paura, il                  terrore, dei primi giorni, con me sempre buono, paziente…, ma per me rimaneva                         sempre un papi. Con Giorgio fu diverso. Erano  sei mesi che ci frequentavamo, sì                        Giorgio, quello della   rivista  d’auto, il fratello di Monica. Quando l’ho visto per la                  prima volta, quando ero chinata a chiudere i cassoni dei giornali di resa e mi sono                        girata, ho subito avuto un tuffo al cuore… era la prima volta che lo provavo. E ho                       continuato a sentirlo. Ci siamo messi assieme, ho fatto all’amore, per la prima volta                  dopo tanti anni e due figli ormai quasi grandi…           
 
Hardeal           Chandana compì diciotto anni, ci aveva chiesto di far festa come le sue compagne di                  liceo, le avevo promesso, le avevamo promesso di portarla fuori a cena, anche quella                 sera Kali fece tardi, più tardi del solito, mandò tutto in rovina, Chandana  ci rimase                    male. Aveva dovuto lavorare fino a tardi perché quella sera la metropolitana                           continuava a vomitare gente, che voleva giornali… abbracciò Chandana e le chiese                   scusa…
 
Kali                 Tutta presa da Giorgio, mi ero scordata della festa per Chandana, quando            me ne                          ricordai, scappai di fretta a casa, Giorgio non voleva lasciarmi andare, scappai, ma                      ormai era troppo tardi, dissi del troppo lavoro e chiesi scusa a Chandana e a papi…
 
Hardeal           Dopo la  festa per Chandana andata a monte, Chandana sempre col muso, Kali, come                 se nulla fosse successo, riprese ad essere allegra e sorridente; una settimana dopo la                         festa andata a monte…  sì circa una settimana dopo, mi salta improvvisamente un                      lavoro di pulizie. Non avevo voglia di girare a vuoto per Milano, mi infilo in                              metropolitana, torno a Cologno. È presto per tornare a casa, penso di fare una                                  sorpresa a Kali. Vado a prenderla in edicola. L’edicola è chiusa, non erano neppure                         le sette. Si sarà sentita male la mia Kali, affretto il passo e torno a casa. A casa                             Chandana e Iravat sono felici di vedermi, potremo giocare             assieme in attesa della                        mamma, Kali non c’è. Tornò dopo le nove, un pezzo dopo le nove. Mi ricordo disse:
 
Kali                 Mai tanto traffico come stasera, sembrava che avessero raddoppiato il numero dei                       treni, mi misi al tavolo sorridente e mangiai quello che papi aveva preparato con                                   l’aiuto di Chandana e Iravat…
 
Hardeal           Due giorni dopo mi diedi malato, alle cinque meno qualcosa, vidi arrivare all’edicola                  Kali, la cosa mi tranquillizzò… fu per poco… dopo una mezz’ora, io me ne stavo                     nell’ombra del porticato della piazza, ben nascosto, arrivò una macchina bella,                                 parcheggiò… scese un giovane, bello, si recò all’edicola… subito Kali uscì… lui                   l’aiutò a tirar giù la serranda… si baciarono… e subito si infilarono in macchina…                   Non capii più nulla, mi infilai nel bar della piazza, proprio alle mie spalle, bevvi tre                   sambuche a fila, una, due, tre e giù, era la prima volta che bevevo alcoolici. Tornai a                    casa, all’ora consueta, i figli si accorsero che qualcosa non andava, dissi che mi                                    girava la testa… la stanchezza a star lì a lavare pavimenti tutto il giorno… Lei                                    rincasò poco prima delle dieci… io…
(Hardeal si alza dallo sgabello. Avanza al proscenio… Kali rimane seduta. Hardeal alza un braccio come se volesse schiaffeggiare l’aria, nel frattempo:)
Hardeal           (urlando)  Io…
(buio. Velocissimo cambio scena. Luce. Sullo sgabello di destra Hardeal seduto, il capo tra le mani. Lo sgabello di Kali è vuoto. Il nodo tra i due attaccapanni è sciolto. Buio)
 
 
 
 
 
SCENA SESTA
(Sullo sgabello di destra, come di consueto Hardeal, Kali non è più in scena, il suo sgabello è vuoto, dai due attaccapanni pendono, assieme ai simboli dei figli,il foulard e la sciarpa non più annodati)
 
Hardeal           Che pezzo di merda, alzare le mani sopra la mia, la mia dolcissima Kali, la mia                             amatissima Kali. Me lo ripeto ancora adesso, un pezzo di merda. Io che la picchio,                      Iravat che si nasconde sotto il tavolo, Chandana che si mette in mezzo e urla. Lo                                 sento ancora quell’urlo. Kali che cade, mi sembrò avesse battuto la testa, scompaiono                le tre sambuche. Con Chandana, la solleviamo. Ha perso i sensi. Con Chandana la                      carichiamo in ascensore, Iravat ha gli occhi pieni di lacrime, dall’ascensore alla                              macchina nuova, la dannatissima macchina nuova. L’avevamo presa per essere                                    comodi se mai avessimo voluto fare lunghi viaggi. Ora la uso per portare Kali al                          pronto soccorso. Arrivati, la metto sulla carrozzella. Già in macchina si era ripresa.                      Ci chiedono cosa è successo. Kali non parla e neppure Chandana. Io dico “l’ho                                    picchiata io”. Gli infermieri portano via Kali, Chandana li segue. Le vidi sparire                                    dietro i vetri smerigliati, sfumare, non le ho più viste. Mi viene incontro un                                  infermiere con due poliziotti. Mi fanno sedere su una panca di ferro, i due poliziotti,                         uno per lato, l’infermiere se ne va… Ricordo ancora il gelo di quella panca di ferro.               Ripeto “l’ho picchiata io” perché? Perché sono un pezzo di merda. E me ne                                 vergogno. “Dicono tutti così”  mi dicono i poliziotti. “poi chiedono scusa, lei li                            perdona e loro la ripicchiano, siete tutti pezzi di merda”. Perché star lì a spiegare                  loro, che già in macchina, con Chandana e Kali dietro, verso il pronto soccorso,                            avevo deciso che non avrei più messo piede in quella casa. Non avrei più visto il suo                       viso, il suo dolce viso. Fui subito sicuro che, a costo di grandissimi fatica e sacrificio,                       non avrei avuto più il coraggio di vedere il suo viso anche nel ricordo. L’avrei                                    cancellato dalla memoria. Non mi sentivo degno di rivedere il suo dolce viso neppure                         nella sfumata, fragile, immagine del ricordo. Automaticamente scatta la denuncia. Mi                 dicono i poliziotti che finché sarò chiamato dal giudice non dovrò più mettere piede                   in casa, loro lo verrebbero a sapere, Kali sarebbe stata seguita e tenuta d’occhio                                   giorno e notte. Telefonai al mio compaesano, quello che ci aveva accolto la prima                     volta a Cologno. Mi trasferìi per un paio di giorni in quello stesso           scantinato.                              Prelevai dalla banca poco più del necessario per il mio viaggio di ritorno in India.                      Una volta in Rajasthan, a Kota, trovai subito una sistemazione di fortuna. Non dissi                         nulla e stetti alla larga, sto alla larga, dai miei genitori e dai miei suoceri. Li ritengo                      ancora corresponsabili di tutto quanto successo e dietro a loro quelle maledettissime                   superstizioni  religiose. Poco dopo ho trovato lavoro in ferrovia. Sono quasi due anni                 che mi trovo qui, e mi tuffo sempre più nel lavoro per non pensare a Kali. Io e                           Chandana ci scambiamo spesso email. Quando so che dovrebbe arrivarne una vado                     all’Internet point, che è lì in stazione, io non ho il computer, scarico e stampo la                           lettera di Chandana, che leggo con calma sul treno, nelle pause del lavoro, tra una                       stazione e l’altra. Mi ha fatto male ricordare… tutta colpa di un cammello.
 
(Hardeal fruga nella tasca, estrae un foglio da cui comincia leggere)
 
                        Caro papà, io e Iravat stiamo bene, io mi sono
 
(da sinistra entra Chandana che, accanto allo sgabello vuoto, in piedi legge)
 
Chandana       fidanzata, è un bravo ragazzo, mi spiace che tu non possa vederlo. Ti manderò una                      foto nella prossima mail. Ma, se mai tu pensassi di tornare          indietro, mi piacerebbe                      proprio; il fatto che tu te ne sia andato da casa spontaneamente e non sia più tornato,              ti ha reso non più perseguibile. Mamma, da quando si è messa con Giorgio, è sempre                  più innamorata. Diventa una furia quando le dico che Giorgio mi piace sempre meno.                Mamma non lavora più. Ti avevo già detto che aveva lasciato l’edicola perché si             diceva stanca, poi ho saputo che era Giorgio che non voleva che conoscesse nuovi                      uomini. Giorgio è geloso di ogni minima cosa che fa mamma. E così mamma ha                            perso anche il lavoro all’asilo. L’hanno mandata via non perché non facesse bene il                    suo lavoro, ma perché Giorgio andava lì all’asilo e faceva sceneggiate con la                          direttrice, le educatrici e le mamme. Le faceva ogni volta che la mamma si attardava               a cambiare un bimbo qualche minuto dopo l’orario d’uscita. Lui entrava e faceva                         urlate con tutti, per questo l’hanno mandata via. Lui gira tutto il giorno per casa,                         qualche volta fa qualche lavoretto stupido, stupido, forse anche sporco. Monica, ti                      ricordi, la sorella, gli dà qualcosa. Ma è soprattutto la mamma ad aiutarlo, coi soldi              che ci hai lasciato tu. Spesso, quando sono chiusi nella stanza, lo sento gridare, poi,                     spesso, vedo uscire la mamma che piange; un paio di volte l’ho vista con dei lividi,                    ma non posso dirle nulla, basta che lui chieda scusa e prometta, che lei è lì a                               pendergli dalle labbra. La mamma dice che tu eri buono, ma lei questo lo ama                              davvero. Non capisce davvero più nulla…
 
(Chandana esce e Hardeal, rimasto solo in scena, continua a leggere senza interruzioni la lettera della figlia)
 
Hardeal           … nemmeno quando le ho detto che Giorgio ci aveva provato anche con me: mi ha                     detto che ero pazza, minacciandomi di buttarmi fuori di casa. A costo di andar fuori                di casa e magari raggiungerti, io oggi l’ho denunciato. Ti abbraccio. Chandana
 
(Hardeal appallottola il foglio e se lo lascia scivolare dalla mano. Prende il capo tra le mani. Si ode un forte fischio di treno, Hardeal guarda dal finestrino)
 
Hardeal           Ah, finalmente, il cammello si è stancato di far la passerella sui miei binari!
 
(Hardeal si alza, si china dietro lo sgabello, indossa l’espositore dei biglietti)
 
Hardeal           Biglietti, signori… biglietti
 
(Si avvicina al proscenio, prende a calci la lettera appallottolata, scende tra il pubblico, sventolando biglietti colorati e ripetendo:)
 
Hardeal           Biglietti, signori… biglietti
 
(Buio in scena, luci in sala)