UN NATALE

 

Bucco, quantunque non fosse credente, aveva sempre avuto una gran passione per il presepio.
Appena trascorse le giornate di Natale e Santo Stefano e lasciati da parte, o almeno confinati a suscitare nella pancia rumorosi borborigmi, tacchini, pathé e panettoni, Bucco, macchina fotografica al collo, se ne andava in giro per chiese a fotografare presepi.
Le chiese scelte per le incursioni fotografiche al fine di ritrarre particolari di presepi erano quelle dislocate più lontano possibile, comunque sempre dall’altra parte della città: sua grande preoccupazione era infatti quella di non farsi vedere nel proprio quartiere o in quelli viciniori da tutte quelle persone, e nei paraggi di casa erano davvero molte, che lo davano per convinto non credente.
Bucco, oltre a girar per chiese tra Natale ed Epifania a fotografar presepi, aveva, ormai da parecchi anni, coltivato passione e arte per farselo da sé il presepio.
Alla realizzazione del suo nuovo progetto di presepio, progetto ogni anno più ardito, Bucco cominciava ad apprestarsi nelle prime settimane di ottobre. Da quei giorni lo studio, dove da anni, da quando se ne era andato in pensione, trascorreva la maggior parte delle ore delle sue giornate, si trasformava gradualmente in un cantiere, un piccolo, contenuto disordinato  cantiere,  piccolo e contenuto sì, ma pur sempre un disordinato cantiere.
Armato di taglierini, colle viniliche o simili, matitone da mastro, di quelle ormai assai rare da trovarsi, si dava un gran daffare attorno a involucri di polistirolo dismessi, da tempo ormai tutto era avvolto in polistirolo dallo spillo al frigorifero. Da quel gran lavorio ne sortivano piccoli agglomerati di case che poi, con gran cura, venivano colorate con tinte acriliche con rinforzi di paste di pomice grezza a simulare intonaci e malte.
La costruzione di villaggi di diverse misure erano necessari per offrire al visitatore, solo parenti e amici erano ammessi alla visita, la giusta prospettiva. Poi vi erano le luci da sistemare con l’assistenza di moglie e figlia, poi la fontana che più che gettare acqua tossiva come quella malata dei versi di Palazzeschi.
Il porre le statuine infine era poco più che una sine cura per Bucco. Certo le statuine erano più che importanti necessarie, indispensabili, ma il collocarle era facile poiché era sufficiente seguire l’andamento prospettico degli agglomerati costruiti per settimane col polistirolo.
Bucco tuttavia ad alcune statuine era davvero affezionato. Nutriva grande affetto in particolare per il dormiente, dono della figlia dopo un viaggio a Napoli, ma anche per il pastore con mantello svolazzante acquistato a Mont Saint-Michel e soprattutto per una vecchina accanto a un fontanino con acqua dipinta, una vecchissima cartapesta ereditata dal padre morto giovane poco dopo un Natale.
Non sembra ma star dietro al presepio, soprattutto negli ultimi aggiustamenti: i viottoli, i cespi d’erba fresca e quelle maledette pecore che non si reggevano mai in piedi, era davvero una gran fatica, quasi uno spossamento. Spesso Bucco sul far della notte s’accucciava accanto alla vecchia cassapanca che offriva il coperchio come il piano su cui tutto era stato costruito e iniziava a parlare con le statuine con delicatezza fin quando si addormentava.
“Eravamo in due.  Pochi per riempire lo spazio destinatoci.  Tuttavia una volta arruffati avremmo fatto la nostra bella figura.  Lo scovarci non fu difficile.  Bastò che un signore dai capelli tutti arruffati scendesse nella strada, ricercasse la prima  crepa nel muro e trac, via.  Chi ci raccolse, di certo, era ignaro della nostra congenita allergia al muschio.
Appena a dimora cominciammo a starnutire.  Emettavamo piccoli, contenutissimi etci.  Proprio perché quei numerosi etci erano davvero contenutissimi pensammo che nessuno se ne sarebbe accorto.
Venne la vigilia di Natale.  Per permetterci una maggiore figura ci avvolsero con lampade colorate: il calore di quest’ultime ci prosciugò fino a seccarci. L'allergia esplose: uno starnuto continuo.
Nel silenzio notturno disturbammo di certo, contro la nostra volontà, il sonno degli umani.  "Controlla il rubinetto del bagno", disse un umano femmina.  "Tiene, tiene... forse i vicini",  gli fece eco un umano maschio.
Nessuno degli umani si accorse del nostro dramma.  Il calore delle lampade, intanto, aumentava la nostra sete.
Un crepitìo appena udibile attirò la nostra attenzione.  Una strana cosa a forma di vecchina tutta rigida rigida accanto a una fontana piccola piccola ci bisbigliò di avvicinarci a quella e abbeverarci.
Fu un problema stiracchiarsi fuori dalla mangiatoia con quei fili elettrici intorno e passare sopra a un cosino tutto dorato che se la ronfava della grossa.  A fatica raggiungemmo la fonte di cartapesta malgrado i muggiti di un bue di gesso.
Bevuta quell'acqua dipinta l'allergia scomparve.  Ritrovammo la nostra vitalità e i semini che avevamo portato con noi cominciarono a darsi da fare.  Poi, sereni, ci colse il sonno”.
"Zio, zio” e Bucco fu svegliato dal vocino del nipote, uno dei pochi ammessi la mattina di Natale alla visione del presepio.  “Ma quanta erbaccia c’è nel presepio, quest’anno, zio ".  Bucco si raddrizzò, qualche dolore alla schiena per via della posizione tenuta tutta la notte, si stropicciò gli occhi e subito notò l’erbaccia che sembrava quasi muoversi in un continuo germoglio dalla capanna alla vecchina accanto a un fontanino con acqua dipinta, proprio quella vecchissima cartapesta ereditata del padre morto giovane neppure una settimana intera dopo Natale molti anni addietro.
Con la mano Bucco afferrò e strappò quell’erba. Si soffermò a guardare il presepio affermando “Quest’anno, ora, è davvero un bel presepio”. Poi si recò in cucina e buttò l’erba nel piccolo bidone della spazzatura accanto a una testa di tacchino.