LA LINGUA DISPERSA
CAPITOLO I — Dell'ascolto lungo e delle parole che si tengono
Le parole più importanti non sono quelle che impariamo, ma quelle che qualcuno ci consegna senza sapere di farlo. E forse l'amore consiste proprio in questo: custodire parole che altri ci hanno affidato senza accorgersene.
Quel giorno lo psicoterapeuta me lo disse senza guardarmi negli occhi, come se le parole avessero un peso che non voleva caricarsi addosso. Teneva la tazzina di caffè con entrambe le mani e il cucchiaino, urtando la porcellana, produceva un tintinnio sottile che riempiva il silenzio più delle sue frasi.
Nello studio c'era l'odore familiare dei libri vecchi e del caffè appena fatto. Una lampada accesa gettava una luce giallastra sulla libreria alle sue spalle. Fuori, la pioggia scendeva lenta sui vetri appannati e, per un attimo, ebbi l'impressione che tutto sarebbe rimasto sospeso così: la sua voce, il mio respiro, il tempo. Poi aggiunse l'ultima parola.
Non fu il contenuto a sorprendermi, ma la certezza con cui la pronunciò. Come se stesse rivelando qualcosa che era sempre stato lì, appena sotto la superficie delle cose, e io fossi l'unico a non averlo visto. Sorrise appena. In quel sorriso c'era qualcosa di definitivo, come una porta che si chiude piano per non fare rumore.
Fu allora che capii che la giornata non sarebbe finita come era iniziata. Qualunque cosa avesse detto, avrebbe cambiato tutto, anche ciò che ancora non sapevo di dover perdere o ritrovare, che poi, a pensarci bene, è quasi la stessa cosa.
Dopo aver guardato a lungo la pioggia dietro la finestra, lo psicoterapeuta disse: «Le paure e le ansie le hanno tutti. L'importante è disincagliarsene e recuperare la lingua dispersa.»
Lo disse come se fosse semplice, come sciogliere un nodo da un filo o soffiare via la polvere da un libro dimenticato.
Io invece sentii quelle parole restarmi addosso, pesanti e leggere insieme, come una giacca troppo grande che però non vuoi togliere.
Recuperare la lingua dispersa. Ripetei quella frase dentro di me.
Pensai a tutte le volte in cui avevo smesso di dire ciò che pensavo, alle frasi lasciate a metà, alle parole trattenute per prudenza o vergogna, ai silenzi pieni di significato che nessuno aveva raccolto.
Fu allora che iniziai a buttarmi all'indietro nei budelli della mente, o, se preferite, della memoria.
Non fu un tuffo elegante, ma una caduta scomposta fatta di immagini accavallate e voci che non ricordavo di avere conservato.
Brancolavo sempre più in profondità quando una mano mi venne incontro. Era la mano del nonno paterno.
Non vidi subito il volto. Solo quella mano grande e larga, con le nocche ingrossate dal lavoro e le vene in rilievo come piccoli sentieri azzurri.
La pelle portava ancora le macchie del tempo e una lieve deformazione del pollice, ricordo di un incidente mai raccontato fino in fondo.
L'afferrai senza pensarci, con la naturalezza con cui si accetta un appiglio mentre si cade. Lo seguii. Attraversammo camminamenti antichi. Non erano strade vere, ma corridoi di terra battuta, scale consumate, archi bassi sotto cui dovevo piegare la testa. L'aria sapeva di pietra umida, di cantina e di tempo. A ogni passo sembrava di attraversare una memoria più vecchia della mia.
Passammo davanti a porte socchiuse dietro le quali apparivano e sparivano immagini: un tavolo lungo con persone che mangiavano in silenzio, mani infarinate che impastavano il pane, un cortile pieno di sole e il gran starnazzare di oche inseguite da bambini che non riuscivo a vedere.
Tutto si accendeva e subito svaniva, come se quei camminamenti fossero cuciti con brandelli di vite dimenticate.
Pensai che proprio lì si nascondesse la lingua dispersa che dovevo recuperare.
Quando intravidi una luce più chiara in fondo al passaggio, capii che non stavo soltanto seguendo il nonno. Stavo imparando il modo in cui lui camminava nel tempo: senza fretta, con la pazienza di chi sa che ogni passo è anche memoria e ogni memoria, in qualche modo, è casa.
Il nonno parlava poco. Ma quando parlava usava espressioni che appartenevano soltanto alla nostra casa, formule domestiche che nessun altro avrebbe compreso. «Andiamo a fare due passi per mettere in ordine il pensiero.» Oppure: «Le cose si chiariscono quando le lasci respirare.»
Da bambino mi sembravano soltanto modi di dire.
Adesso li riconoscevo come tentativi di nominare il mondo con una lingua propria, familiare, quasi segreta.
Ricordo soprattutto il suo modo di chiamare il silenzio.
Quando in cucina calava una pausa e ciascuno rimaneva assorto nei propri pensieri, lui non diceva mai che eravamo zitti. Diceva: «Stiamo facendo ascolto lungo.» E lo diceva abbassando la voce, quasi per non disturbare quel silenzio. In quella definizione c'era già un'idea del mondo: il silenzio non come mancanza, ma come una presenza che aspetta. Non un vuoto, ma una forma discreta dell'attenzione.
Forse fu lì che cominciai a intuire che le parole non servono a descrivere, ma anche a creare lo spazio in cui pensare.
A volte mi portava nei giardini poco distanti da casa. Camminava lentamente, con le mani dietro la schiena, fermandosi ogni tanto a osservare le formiche che entravano e uscivano dai loro cunicoli. E così pure con le lucertole che si intersecavano tra i nostri passi.
«Vedi? Ognuna sa dove andare senza spiegarselo.»
Non era una lezione di natura. Era quasi una filosofia, anche se lui quella parola non l'avrebbe mai pronunciata.
Parlava per immagini concrete, eppure dentro quelle immagini c'era sempre qualcosa che spingeva più in là. C'era poi il lessico dei gesti.
Il modo in cui piegava il giornale prima di riporlo. La cura con cui temperava una matita. Il gesto lento con cui chiudeva una porta senza far rumore, come se anche gli oggetti meritassero rispetto.
Ogni movimento sembrava dire: Non avere fretta. Lascia che le cose trovino il loro tempo.
Anche quella era una lingua. Una lingua senza suono.
Una grammatica del fare che mi parlava più di molte spiegazioni.
Una sera, mentre il sole si abbassava dietro i tetti e la televisione trasmetteva senza volume immagini di un telegiornale, gli chiesi perché gli piacessero tanto le parole crociate.
Rimase qualche secondo in silenzio.
Poi sorrise.«Perché le parole si cercano, e quando si trovano si tengono.» Non aggiunse altro.
Solo molti anni dopo compresi che quella frase era una chiave.
La lingua perduta non era da inventare. Era da ritrovare. Negli incontri. Negli incastri. Nelle corrispondenze inattese.
Fu la Gazzetta dello Sport ad aiutarmi a uscire da quell'orbita, o forse a perdermi.
Il nonno ormai era quasi cieco. Le lettere gli si scioglievano davanti agli occhi.
All'inizio tentò di resistere. Avvicinava il giornale al viso, inclinava la testa, socchiudeva gli occhi, come se la volontà potesse supplire alla vista. Poi smise. Fu allora che mi chiese: «Me la leggi tu?»
Lo disse con naturalezza, ma io sentii che dentro quella richiesta c'era una resa che gli costava.
Cominciai a leggere ad alta voce. Lui ascoltava seduto vicino alla finestra, il viso leggermente inclinato verso di me.
Ma presto qualcosa cambiò. Non mi limitavo più a leggere. Cominciai a raccontare.
Le cronache diventavano storie. I ciclisti italiani non si limitavano a vincere o perdere. Compivano imprese epiche. Attraversavano passi alpini sotto temporali inventati. Risorgevano dopo cadute che nessun giornale avrebbe osato raccontare così.
Il nonno ascoltava immobile. Ogni tanto sorrideva.
Io vedevo quella felicità e mi dicevo che bastava.
Ma forse, senza accorgermene, mi stavo allontanando dal vero.
Non per crudeltà. Per pietà. O forse per paura.
Perché il mondo reale, quello delle tappe finite e della sua vista che si spegneva, mi sembrava troppo duro da consegnargli senza addolcirlo.
«E adesso guarda… sta attaccando da solo sull'ultima salita. Nessuno riesce a seguirlo.»
Il nonno sorrise. Rimase in silenzio qualche secondo.
Poi disse soltanto: «Allora ce la farà.»
Abbassai gli occhi sulla pagina.
Sul giornale c'era scritto tutt'altro.
Ma continuai a leggere.
Molti anni dopo mi sono chiesto se quella fosse stata la mia prima menzogna o il mio primo racconto.
Non ho ancora trovato una risposta.
So soltanto che il nonno ascoltava.
E che, forse, stavamo ancora facendo ascolto lungo.