STRUTTURA PUBBLICA

Accadde in un pomeriggio di metà gennaio. La Psicoterapeuta Tirocinante e Bucco separati da una vecchia scrivania.
Un mezzo sole, per giunta storto, era sufficiente, tuttavia, a rischiarare la stanza. Bucco fu ben presto consapevole come le stanze in cui erano avvenuti i colloqui fino allora erano state diverse e quella, fra le tutte, era certo la più angusta, sicuramente la più spoglia.
La Psicoterapeuta Tirocinante, come al solito, prese in mano il boccino dell'incontro, com'era del resto giusto che fosse: lei la psicoterapeuta, benché tirocinante, Bucco il paziente.
Le solite domande quasi di rito: “Come si sente? Come è andata l'ultima settimana? Guai particolari, roba dico da segnalarmi, con moglie e figlia, e sua madre?”.
Bucco sentì scorrere lungo la schiena la sensazione che in quelle domande abituali si celasse una qual certa fretta, un qual certo tremore.
“No in questa settimana niente di particolare, qualche scatto sa.... ma niente di più… mi pare di tenere la situazione sotto controllo” rispose Bucco-
“Bene -  disse La Psicoterapeuta Tirocinante portandosi avanti sui gomiti appoggiati al piano della scrivania - E il suo recupero delle vecchie amicizie attraverso Facebook?”
Bucco fu pronto, celere: “Ah quello prosegue bene, poco fa, dico poco prima d'uscire da casa per venire da lei, ho sentito La Ragazza Dai Capelli Biondi A Caschetto”
“Chi è? O meglio, presumo: chi era?” chiese immediatamente la giovane donna.
“Non saprei – di rimando immediato Bucco -, ma non ho tante difficoltà ad ammettere che fu un grande amore anche se non ci fu mai sesso e se ricordo bene neanche un bacio”
“Bene, bene – e La Psicoterapeuta Tirocinante si ritirò nella sedia, raccolta nelle spalle: “Bene dunque devo dirle una cosa”.
Mi accorsi che deglutiva con qualche visibile difficoltà.
“Credo che siamo giunti a un bel punto – e partì tra titubanza e certezza -  forse meglio smettere qui, non dico proprio smettere ma allontanare progressivamente gli incontri... anche perché sa la struttura pubblica, e qui siamo in una struttura pubblica, passa otto incontri… solo nei casi gravi sedici, e il suo caso si era rivelato meno grave di quanto sembrasse all'inizio. Insomma sa, le ho appena dato altri otto incontri, bene consumarli lenti nel tempo. Non vorrei che la struttura pubblica, un giorno o l'altro, da qui a poco, e qualcosa mi ha già fatto capire dicendomi che dal mese di febbraio dovrò gestire le stanze degli incontri con gli altri tirocinanti. Non vorrei, dicevo, che la struttura pubblica magari uscendo stasera mi chiamasse e dicesse “Ehi ciccina come la mettiamo con quel tuo paziente, non ancora finito? Non state forse esagerando nello scavare... e poi per una tirocinante potrebbe essere pesante quel gran lavoro e altri due pazienti...” Ecco non vorrei proprio sentirmi dare della ciccina, capisce”.
“Certo che capisco... i nostri incontri stanno per finire”, ribatté Bucco tra lo stralunato, lo stupito, ma senz’altro addolorato.
“Certo gli incontri stanno per finire ma la terapia, l'autoterapia passa a lei, sarà lei lo psicologo di se stesso, le avevo chiesto di cominciare a digerirmi, di portarmi dentro di lei, mi sembra che ci sia riuscito e poi è venuto il momento di consegnare allo scrittore, in tutti i sensi, che c'è in lei, tutto il lavoro svolto fin qui... arrivederci, le fisso l'appuntamento tra tre settimane, qualora avesse bisogno, ma non credo, non credo proprio, il mio numero di telefono lo conosce... arrivederci” e La Psicoterapeuta Tirocinante tese la mano a Bucco…
Questi non si mosse  dalla sedia... gli parve di aver scorto nelle parole della giovane un qualcosa di definitivo, soprattutto fu quel “qualora avesse bisogno, ma non credo, non credo proprio” che gli fece capire che quel rapporto, diventato quasi familiare, avrebbe avuto ben poche speranze di continuare. Rimase muto o forse si limitò a ripetere un paio di sì.
“Tutto bene?” riprese La Psicoterapeuta Tirocinante alzandosi
“Sì”  Bucco si alzò e si diresse alla porta, che lei dietro subito rinchiuse.
Dopo due giorni Bucco decise di cominciare a scrivere. Non sapeva e neppure sospettava cosa mai si accingesse a scrivere. “Certo gli incontri stanno per finire ma la terapia, l'autoterapia passa a lei, sarà lei lo psicologo di se stesso, le avevo chiesto di cominciare a digerirmi, di portarmi dentro di lei, mi sembra che ci sia riuscito e poi è venuto il momento di consegnare allo scrittore, in tutti i sensi, che c'è in lei, tutto il lavoro svolto fin qui... “  Andava continuamente a ripetersi Bucco, come se quelle parole, che avevano di per sé un sapore di ultimativo, si rincorressero una dietro l’altra nel suo capo per cercare una via di fuga, una via che Bucco non trovò mai. “Ripercorrerò dunque il lavoro svolto finora con  La Psicoterapeuta Tirocinante”. Si convinse o fece finta di convincersi Bucco che cominciò a ragionarci sopra: “ Se al mio fianco ci fosse lei sarebbe più semplice a quattro mani; lei, del resto, si era segnato, parola per parola, ogni mio racconto. Io dovrò recuperare dal dentro quanto detto. Non so se ritroverò quella leggerezza, quella spontaneità naturale nel raccontarmi che avevo con lei. Dovrò riordinare tutto per blocchi, iniziando dal principio; dal primo incontro e  perché c'ero arrivato”
Ad arrivare a quell’incontro, o meglio a spingere a quell’incontro,  fu la paura. Una paura recente che si andava ad aggiungere, aumentandola, a quell'ansia, a quell'agitazione tutta sua anche dinnanzi alle situazioni più banali. Ansia e agitazione, di cui già prima degli incontri Bucco era ben conscio di tirarsi dietro fin dall'infanzia.
Una paura recente nata dal fatto di aver subito in due mesi un paio d'infarti con corollario di edema e scompensi. Dalle dimissioni dell'ospedale Bucco cominciò a vivere nell'insicurezza. Un'insicurezza tangibile e a volte insopportabile per moglie, figlia e per chiunque gli fosse accanto.
Il medico di base suggerì una visita psichiatrica. La cosa spaventò ancora di più Bucco. Fortunatamente farmaci che ostacolavano la sua, sia pur lenta, ripresa convinsero i medici a chiedere l'interruzione del trattamento farmacologico a cui una psichiatra l’aveva sottoposto.
Fu così che, quasi senza accorgersene, Bucco si trovò ad essere paziente della Psicoterapeuta Tirocinante.
Con lei Bucco cominciò a parlare delle sue paure postinfartuali, cinque o sei incontri serrati, che ben presto lo condussero a guardare con distacco quanto gli era successo. Smise di palparsi le caviglie ogni momento, per sincerarsi che non fossero gonfie, e soprattutto smise di misurarsi la pressione anche sei volte al giorno.
La Psicoterapeuta Tirocinante fu contenta dei risultati raggiunti; Bucco anche e una certa qual tranquillità cominciò ad affiorare in sua figlia e sua moglie.
Bucco era indubbiamente contento e più sereno, ma,  contemporaneamente, si accorse che La Psicoterapeuta Tirocinante era diventata importante per lui, molto importante.
Per non perderla insinuò scientemente in lei il dubbio che quello stato di paura postinfartuale fosse stato originato, oltre che dal contingente, da motivazioni più lontane, che forse sarebbe stato giusto indagare. Non aveva di certo mentito nell'insinuare quel dubbio e ciò che gli interessava in quel momento era il rimanere, lì nel vero,  dinnanzi  alla Psicoterapeuta Tirocinante.
Già in passato aveva affrontato la cura, ma sempre interrotta o per sua negligenza, il più delle volte, o per insipienza del terapeuta, uomo o donna che fosse. Questa volta aveva proprio deciso che non fosse il caso di interrompere.
Bucco dunque si trovò a scrivere per non interrompere la terapia dopo che la sequenza degli incontri si sarebbe  sempre più rarefatta fino a sfaldarsi, concludersi, né per sua negligenza, né per insipienza del terapeuta.
Bucco finse, e per molto continuò a fingere di credere ciecamente e del tutto in quella cosa della struttura pubblica, ma in un angolo del suo stare c'èra qualcosa, un qualcosa che da sempre gli è rimasto dentro,  che gli faceva pensare che anche una volontà intima della Psicoterapeuta Tirocinante non fosse stata del tutto estranea all'esaurirsi del rapporto.