BUCCO


Avvertenza ai lettori

 

Questi giorni di clausura, i primi, temo, di un lungo periodo del quale è difficile vedere o almeno intravedere quando sarà possibile circolettare una data sul calendario e scriverci affianco “È andato tutto bene”, sono noia soffocante che odora di paura.
Una paura tangibile che si consolida sempre più quando dalla finestra vedo la piazza sottostante vuota, deserta in un totale abbandono di gesti e suoni, solo lo sferragliare di tram vuoti, di tanto in tanto, è lì a sottolineare che la vita, seppure si possa continuare a chiamarla così, continua.
Del male si era sentito dire da tempo, ma era là lontano in una regione, ai più sconosciuta, dell’immensa Cina ormai potenza economica così diversa da quella folle e rivoluzionaria per la quale oltre cinquant’anni fa, giovane dal capo arruffato, mi misi a far lappe all’Oriente.
Tutti, o quasi, eravamo a conoscenza del male che ha costretto all’inizio dell’anno a chiudere un intera regione, circa sessanta milioni di persone, dentro la Cina ma fuori dal mondo. Comunque il male per misteriosi giri del destino o inequivocabili e comprensibili, non per me, congiunture biologiche e chimiche è giunto da noi.
Dopo giorni di incertezze e paure, in cui si mettevano crocette su immaginarie mappe interiori sui luoghi focolai dei primi contagi, dei primi malati, dei primi morti, in cui tutto poteva sembrare semplicemente star dentro ai proverbi della nonna e soprattutto in quel cantilenato, con cadenza quadriennale, “Anno bisesto anno funesto” e nulla più.
Fu la mattina dell’otto marzo, giorno per giunta del mio compleanno, da poco superata la boa dei settant’anni, che sceso dal fiorista nei pressi di casa per acquistare mimosa per le donne di famiglia all’uscita dal negozio notai una giovane donna con una mascherina in viso. Istintivamente allungai il passo, e una volta in casa, non essendomi neppure curato di sistemare il fascio di mimosa appena acquistato, mi rinchiusi subito nello studio, e infilato nello stereo un compact di Herbie Hancock, mi lasciai andare, non senza dolore, al legno duro della sedia davanti al vecchio scrittoio. Da quel momento cominciai ad annebbiarmi nella paura.
Dalla piccola libreria dello studio fui subito convinto che qualcosa si staccasse e prendesse forma, inutile chiamare qualcun’altro a vedere, sapevo di certo che solo a me era concesso vedere simile artificio. Una figura umana mutevole nel passo e nell’età  - ora giovane e forte, ora maturo e riflessivo, ora vecchio e impaurito - ormai s’aggirava concreto e invisibile nella mia stanza.
Poiché mi parve subito che la mia visione si fosse staccata dal sesto ripiano in alto a destra della piccola libreria e precisamente da una minuta serie di vecchi libri dedicati alla storia del teatro subito compresi che quella figura o figuro che fosse non poteva essere uscito che dalla raccolta di commedie  atellane che avevo posto proprio lì. Dare un nome a quella visione fu facile: non poteva essere che Bucco, fanfarone impiccione, ma vero, a cui per certi versi spesso mi ero apparentato.
Dunque il Bucco, che troverete presente in ogni affabulazione, è dato per certo esistere e così massimamente dovrete credere.
 Bucco, dunque, appartiene a quella genia di personaggi letterari creati solamente come pretesto al fine di affabulare. La sua esistenza, visionaria oppure condotta su carta, non permette, se non vaghe, individuazioni somatiche o psicologiche certe e caratterizzanti. Ogni riferimento ritrattistico, qualora ne incontraste o vi sembrasse di incontrare nella lettura, sarà per certo di natura opportunistica e incidentale e, in ogni caso, dovuto alla volontà bizzarra dell’impaurito scrivente. D’altro canto a un personaggio di tale specie non si addicono né fisionomia costante, né età riconducibile in concreti spazi A – Ω.
Ciononostante Bucco esiste.
Lo scrivente
9 MARZO 2020