UN BREVETTO

Un santo scolorito, che per via della coscia squarcia­ta ben in vista poteva trattarsi quasi con certezza  di  San Rocco, era dipinto sul vetro che chiu­deva la piccola finestra dello studiolo. Protetto da una fitta grata di plastica, il santo si affacciava sulla strada male asfaltata che correva parallela al viale dove vi era la vetrina ingresso del piccolo negozio il cui retrobottega era quello studiolo con il vetro dipinto. Sopra l’ingresso una vecchia e stinta insegna recitava “Orologi Riparazioni Fini”.

Nella via male asfaltata poteva di sovente accadere che si trovassero ragazzi dispersi: qualcuno di questi se ne stava tutto ingroppato in una gobba d’ombra, disteso. Anche per questo, se non propro per questo, quella via, seppure a costo di qualche passo e sforzo in più, veniva trascurata nelle mappe dei passeggi urbani perché ritenuta sporca e maledetta. Meglio camminare lungo il viale tra voci, luci e negozi. Anche Bucco, nel suo passeggiare senza scopo, aveva scelto la via più trafficata. Cammi­nando sul cordolo del marciapiedi aveva scacciato due piccioni che becchettavano l’asfalto in cerca di chissà quale cibo.

Bucco odiava i piccioni fin dall’infanzia. Aveva sempre provato terrore per le piume, una sor­ta di superstizione tanto oscura quanto sciocca. Da quando poi i piccioni avevano scordato di essere timidi e pavidi per natura e, invadenti, quasi neppure si sco­stavano dinanzi alle automobili della città, Bucco aveva dunque iniziato a condurre contro di loro una per­sonale e privata battaglia. Si preoccupava, per ore, di escogitare, nel suo cervello, strategie di attacco e di difesa contro quegli avversari con le penne: un chiodo fisso, il suo,  il sopprimerli.

           Dei due piccioni cacciati uno svolazzò via so­pra le strisce bianche e blu della tenda parasole di un “Carni Equine Fresche E Congelate” per fini­re nell’alto d’un lampione: la luce ancora fioca nel lento imbrunire. L’altro saltellò basso, accennò un volo goffo e si infilò, per l’uscio soc­chiuso, nella bottega di “Orologi - Riparazioni Fini”. Bucco non indugiò e gli si precipitò dietro.

Del negozio conosceva solo il dipinto sulla vetro della piccola finestra del re­trobottega e, dall’altra parte sul viale, la vetrina disadorna accanto l’ingresso sormontato dalla vecchia e stinta insegna. Il locale era chiuso, per il lungo, da un bancone su cui dondolava pigramente una lampada protetta da un tondo di ceramica, bianco e affumicato dal tem­po. Nell’aria un odore di ali bruciate di zanzare e farfalle. Seduto dietro al tavolo di vendita, indaffarato a riporre in panni di velluto blu scuro antichi oro­logi a carica, stava l’Uomo Dai Baffi Da Vecchio. Questi, un uomo sulla trentina, sembrava reggere sulle proprie spalle ricurve l’età e il peso del mondo. I suoi gesti erano impacciati e i suoi abi­ti, grigi, tradivano un’affettazione melensa, quasi malsana nel suo comportamento.

Bucco, appena riuscì ad adeguare le proprie pu­pille alla penombra del locale, scorse nel retro­bottega una decina di piccioni svolazzare bassi sul bancale da lavoro. Quasi terrorizzato non riuscì a pronunciare parola.                      

L’Uomo Dai Baffi Da Vecchio lo precedette: “Non provi alcun disgusto, caro signore, e neppure provi, seppure comprendo il disagio, paura di malattie o altro: quei piccioni, che vede svolazzare nel retrobottega, li ho costruiti io”. Davanti allo stupore quasi disgustato di Bucco, il vecchio riprese con bonomia e stemperando la bocca in un sorriso riprese: “Sì, davvero, li ho fatti io  con la gran pazienza certosina d’orologiaio che ho ereditato dal nonno e da papà”.

Aggiustandosi la giacca e adeguando con le dita i baffi al sorriso quasi ebete che ancora gli incrinava le labbra, l’uomo si scostò, dondolandosi sulla sedia, dal tavolo e con un cenno invitò Bucco a seguirlo nel retrobottega. Questi, superato a fatica il di­sgusto per gli odiati piccioni, rimase perplesso nel cogliere, in una sola occhiata, quanto il piccolo laboratorio na­scondeva. Una coppia di scimmie dalle code rosse, saltellava in una gabbia di ferro smaltato d’argento su uno scaffale alla sua destra. Di sotto un gatto verde-lucertola ronfava pancia all’aria. Accanto un cane, un poco storno, dal mantello amaranto; gli occhi fissi, rubini. Sotto la finestra del santo un altro cane, femmina, dal pelo bianco, lungo e arruffato tenuto assieme a piccole ciocche da nastrini di seta blu ben annodati con minuscole galle. Sulla parete opposta allo scaffale con la gabbia delle scimmie, da una grande cornice dorata sorrideva il ritratto di una Donna Dai Seni Grandi. Su tutto volavano basso i piccioni sbattendo, di tanto in tanto, le ali, complice l’oscurità, contro la gabbia delle scimmie.

L’Uomo Dai Baffi Da Vecchio, posando untuoso una mano sulle spalle di Bucco, indicò il quadro: È per lei tutto questo mio lavoro. Un brevetto mai depositato”. Quasi accarezzando con gli occhi il ritratto della Donna Dai Seni Grandi, l’uomo iniziò a raccontare di quella donna.

“L’ho conosciuta un giorno di primavera, al mattino presto… io sono sempre il primo a tirar su la serranda nel viale… quando, dispersa, s’era ritrovata doppia, impaurita e scossa da tremiti, a bussare sulla grata di protezione al vetro dipinto. La donna mi disse di cani colorati e di scimmie dalle code rosse visti e desiderati in altri suoi viaggi. Sì, ricordo bene, disse proprio così: altri suoi viaggi. Per quanto si poteva scorgere attraverso i colori del santo, aveva grandi seni, di certo era bella. Io - continuò il racconto l’Uomo Dai Baffi Da Vecchio aggrottando le ciglia nel ricordo - uscii dal negozio e mi precipitai dietro nella via. La donna se ne stava distesa tutta in groppata in una gobba d’ombra e continuava a dire di quei suoi animali. Bella lo era davvero. I seni grandi”.

Poi s’interruppe, stornò gli occhi dal ritratto, si aggiustò la giacca e subito riprese raccontando di un uomo con due piccioni sulla spalla destra. Veniva dal fondo della via. Scavalcava con passo deciso giovani tutti ingroppati in rare gobbe d’ombra. La Donna Dai Seni Grandi lo vide avvicinarsi, parve terrorizzarsi e, gridando, chiese aiuto.

Bucco seguiva attentamente il racconto scrutando il viso dell’uomo che gli stava di fronte. All’improvviso notò la presenza d’un qualcosa che prima non c’era: una ruga sulla sua tempia destra: una ruga da vecchio.

L’uomo seguitò il racconto. Disse di avere provato paura nel vedere quell’uomo con i piccioni sulla spalla destra. Non sapeva chi fosse, ma il suo aspetto, il suo venire in avanti sicuro, quasi sprezzante di ciò che gli accadeva attorno, lo terrorizzarono. La donna chiedeva, sempre più disperata, aiuto. Piangeva. Lui l’abbandonò ritornando nel viale e rifugiandosi nel suo negozio di “Orologi - Riparazioni Fini”.

L’Uomo Dai Baffi Da Vecchio quella vigliaccheria, quella fuga inconsulta se le teneva dentro da allora: un guasto non rimarginabile, un male continuo.

“Trascorsero poco più di due mesi dal fatto quando, in negozio, mi fu recapitata senza mittente una busta dentro la quale vi era la foto della Donna Dai Seni Grandi: ne trassi un primo ingrandimento e poi un altro ancora e ora sta lì che sorride nella cornice dorata – continuò l’uomo -.Sul retro un messaggio: “Ti aspetto”. A firma la sagoma di due piccioni. Da quel momento trascurai del tutto gli affari. Iniziai la meticolosa produzione meccanica di quegli animali di cui la donna mi farfugliò nei pressi della finestra colorata. Glieli regalerò se mai avrò l’occasione di rincontrarla. Fin dal’inizio della progettazione dei miei progetti mi accorsi che cominciai rapidamente a invecchiare senza un’apparente ragione”.

Bucco notò due nuove rughe da vecchio prendergli, sui due lati, il labbro inferiore, ma non ebbe neppure il tempo per indicargliele o per dire qualcosa perché l’orologiaio vigliacco e inventore riprese con foga.

“Terminata la costruzione di scimmie e cani, iniziai coi piccioni. Desideravo spargerli per la città a raccoglie­re notizie da quelli veri. Il gatto verde-lucertola è stato il mio ultimo brevetto non depositato… come del resto tutti gli altri. Al gatto ho affidato il compito di eliminare eventuali piccioni veri che si fossero intrusi nel mio laboratorio. Nel frat­tempo invecchiav, soprattutto di dentro, in modo precoce. Della Donna Dai Seni Grandi ovviamente non ebbi altre notizie e neppure dai piccioni sparsi per la cittàriusìì a sapere qualcosa”.

Bucco ebbe un attimo di smarrimento quando vide d’im­provviso i capelli dell’uomo che gli stava davanti ingrigirsi. Forse un inconscio pallore lo tradì. L’Uomo Dai Baffi Da Vecchio se ne accorse, fece una risatina, quasi ebete quanto i sorrisi precedenti e disse “Si abitui anche lei a non prendere mai completamente sul serio il destino. Io mi sono  arreso alla vigliaccheria e da ciò ne era sortito un amore, forse non quello migliore del mondo,  ma pur sempre un amore. Era forse la fine? mi chiesi. In qualche luogo, ne sono convinto, mi attende la Donna Dai Seni Grandi ormai dismessa la paura”.

Dalla torre campanaria in fondo al viale giunse un rintocco più grave. I negozi accanto, lo si poteva intendere benissimo, abbassavano le serrande. All’improvviso un piccione metallico si posò sulla spalla dell’orologiaio come volesse sussurragli qualcosa all’orecchio e forse lo fece per davvero.

“Finalmente” biascicò L’Uomo Dai Baffi Da Vecchio e non curandosi minimamente di Bucco s’avvicinò alla finestra dipinta. Ruppe il vetro e divelse con forza la grata in plastica. Liberò dalla gabbia argentata le scimmie con la coda coda rossa, chiamò a sé il cane storno e la femmina infiocchettata. Poi tornò sui suoi passi per lasciare in dono a Bucco il gatto verde-lucertola e il ritratto della Donna Dai Seni Grandi. “Non mi servono più. Non si  preoccupi di chiudere il negozio, qualcuno di certo ci penserà”. Diede un ultimo sguardo al San Rocco franto a terra e saltò d’un balzo il parapetto e fu nella strada che dai più, seppure a costo di qualche passo e sforzo in più, veniva trascurata nelle mappe dei passeggi urbani perché ritenuta sporca e maledetta.

Bucco si affacciò alla finestra spalancata dello studiolo e vide l’Uomo Dai Baffi Da Vecchio andare con passo sicuro. Lo seguivano i cani, le scimmie con le code rosse gli ballettavano attorno. I piccioni meccanici gli svolazzavano dietro, bassi. L’uomo, ormai lontano, scavalcava sicuro, quasi sprezzante di quanto gli accadeva attorno, ragazzi dispersi tutti ingroppati dove la luce dei lampioni non poteva arrivare. In fondo alla via due piccioni veri gli si posarono sulla spalla destra. Voltò a sinistra e scomparve.

 

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