UN SEGRETO

Il primo sole di quell'anno Bucco lo prese la terza domenica di maggio. Prendere il sole, per lui, voleva dire cercarsi un prato fuori città e stendersi, dopo essersi liberato di qualsiasi indumento, nell'erba. Il timore di poter essere sco­perto nudo, magari da un guardiacaccia, era stato rimosso fin dall'infanzia quando, in prati d'altri colori e d'altre regioni, iniziò ad abituarsi a prendere il sole a quel modo.
La piazzetta sotto casa, da poco terminata la messa delle dieci, s'andava animando di gente accaldata. Bucco inforcò la sua Legnano nera e puntò dritto alla campagna. Superò la circonval­lazione più estrema della città. Costeggiò le mura di cinta di alcune vecchie fabbriche abbandonate, qualche grigio casone dormitorio dell'ultima pe­riferia e si trovò addosso, quasi senza accorger­sene, il verde dei prati.
Fu colto da un'allegria  frizzante che lo spinse a tentare di fischiettare. Vi provò una, due volte: inutile, dalla sua bocca usciva solo fiato accaldato, nulla che po­tesse somigliare, neppure lontanamente, a un sibi­lo, tanto meno a un qualcosa che ricordasse, neppure un minimo, un qualsiasi motivetto. Smoccolò qualche accidente contro la sua, da sempre accertata, incapacità di fischiettare.
Que­sto minimo accidente non diminuì, tuttavia, l’allegria interiore e, tantomeno, il proposito, che gli ronzava nel capo fin dal mattino quando era intento ad aggiustarsi, con forbici ben affilate, la barba davanti allo specchio, di godersi i raggi del primo vero sole dell'an­no tutto nudo in un prato.
Una siepe gli tagliò di sbieco lo sguardo. Vi si accostò. Stacco i piedi dai pedali, balzò a terra. Sfiorò col naso la cima degli arbusti più alti e spiò dall'altra parte: una famigliola, pa­dre madre e due figli, si preparava a consumare, attorno a una tovaglia rossa, la propria colazio­ne al sacco. Un certo desiderio di cibo, magari solo per soddisfare qualche sfizio di gola, gli solleticò d'improvviso lo stomaco. "Più tardi", pensò ad alta voce. Ora c'era da scegliersi il po­sto dove prendere il sole: lì, di certo, non era il luogo più adatto.
Benché il timore di poter essere scoperto nudo fosse stato rimosso ormai da tempo, a Bucco non parve, ugualmente, essere il caso di propiziarsi da solo eventuali beghe. Nutriva infatti la sensa­zione, se non addirittura la certezza, che, prima o poi, addormentatisi magari padre e madre, i due figli, un maschietto, ultime classi elementari, e una ragazzina, si e no quindici anni, avrebbero girovagato nei campi attorno: il primo, di corsa, a caccia di ranocchi, la seconda, tranquilla, naso all'aria a seguire l'ultimo volo nero degli storni verso Nord. “Meglio proseguire”, si disse.
Risalito sulla sua Legnano nera pedalò ancora per tre o quattro chilometri. La provinciale era lontana. Non incontrò più nessuno e quando giunse in un prato percorso per il lungo da un fosso smontò dalla bicicletta. La coricò ac­canto a una robinia, avanguardia solitaria d'un boschetto poco distante. "Questo è il mio posto", pensò.
 Iniziò a denudarsi. Pose gli abiti ben ripiega­ti in riva al piccolo fosso. Scelse con cura il luogo dove stendersi al sole: un punto da cui avrebbe potuto dominare sia l'ormai lontana provinciale sia il più vicino sentiero sterrato. Non vi era nessuno. Si sdraiò. Per maggior precauzione rimase all'erta per un buona mezz'ora poi, rassicurato, lasciò gli occhi liberi di bersi l'inciampo di fili di nubi negli stecchi più alti dei platani all'orizzonte. Si appisolò mentre, da lontano, gli spiovevano addosso i suoni d'un mezzogiorno di festa.
Bucco non fu mai in grado di dire con certezza per quanto tempo dormi quel giorno steso, nudo, al sole. Si sarebbe ricordato, anche a distanza di anni, solo il risveglio e tutto quello che succes­se dopo.
   Senti frusciarsi qualcosa da dietro, più che altro un guizzo nell'aria. Nel vago del dormive­glia penso trattarsi di un ranocchio. Nella fatica di adeguare gli occhi al sole non scorse nessuno davanti a sé. Questo fatto riuscì a tranquiliz­zarlo per poco: una macchia scura gli cadde nella coda all'occhio. Allungò una mano ad afferrare quella macchia che gli svagava attorno, da dietro; tra le dita affusolate sí ritrovò la stoffa d'una tovaglia rossa. Si svegliò del tutto. Tirò il capo alla rovescia e vide l'Adolescente Bionda. Un balzo e fu all'impiedi; strappò di mano alla ragazza la tovaglia e se la avvoltolò in vita dalla cintola in giù.
"Che fai qui?" chiese di scatto mostrando tutto il suo fastidio per essere stato scoperto, nudo, a prendersi il primo sole dell'anno. Non gli occorse molto tempo per collegare quel viso tutto fiorito di efelidi che gli stava davanti con quel­lo della ragazza vista al di là della siepe con genitori e il fratello, più piccolo. "Che fai qui?".
 "Mi scusi, signore", la voce tradiva paura, il suo corpo da ragazzina era percorso, da capo a piedi, da un ben visibile fremito. "Dovevo scuotere la tovaglia".
Percorrere quattro chilometri solo per scuotere una tovaglia parve a Bucco una mattana. Un sorriso cominciò a disegnarglisi sulle labbra. D'improvviso dovette re­primerlo: sotto il sole alto il viso dell'Adole­scente Bionda andava imperlandosi di lacrime. Nu­merose, una dopo l'altra. "Ho paura", disse la ragazzina.
    “Te le vai a cercare le tue paure". Bucco si aggiustò quella specie di sottanone rosso che parzialmente lo copriva dalla pancia in giù.
L'Adolescente Bionda precisò subito: “Nessuna paura né per lei né per altre persone; io ho paura delle lucertole”. Bucco non poté fare a meno di ridere. La ragazza gli prese un braccio: "Non rida, per favore. Io delle lucertole ho, davvero, tanta paura".
Bucco pensava soprattutto a come rivestirsi. Tentò dì avvicinarsi agli indumenti impilati in riva al fosso. La ragazzina glielo impedì scivo­landogli ai piedi e abbraciandolo alle ginocchia: "Non mi lasci, signore. Ho paura".
 "Questa è bella: uno viene per prendere il sole e trova una piagnona con le sue lucertole", pensò Bucco allungando istintivamente una mano sul capo dell'Adolescente Bionda. Non si era mai trovato nei panni del fratello maggiore che deve consolare la sorella. Era un ruolo che aveva sempre rifiuta­to in famiglia, figuriamoci ora con quella scono­sciuta, per giunta impicciona. Non fece in tempo a pentirsi della tenerezza dì quel gesto: la ragaz­zina alzò gli occhi verso di lui e buttò lì un "Grazie, signore".
 Fu forse quel "grazie" a convincere Bucco a partecipare alle paure della giovane, che gli stava accoccolata ai piedi.
"Come sei arrivata fin qui", chiese. L'Adolescente Bionda, un poco tran­quillizzata, cominciò a raccontare.
Dopo pranzo pa­pa e mamma si erano addormentati, Tonio se ne era andato, di corsa, a caccia di ranocchi. Lei doveva scuotere la tovaglia. Si era avvicinata alla siepe e li si accorse che una lucertola la fissava. Chiese aiuto gridando. Nessuno la senti. Cominciò a correre per il prato cintato dalla siepe. Ogni volta che si fermava a prendere fiato vedeva spuntare altre lucertole. Trovò un varco nel fitto della siepe, vi si infilò e prese a correre per altri_ prati. Le lucertole avevano preso a inseguirla. Nella corsa scavalcò un muretto a secco; dalle pietre di que­sto uscirono altre lucertole che le si misero die­tro. Finalmente giunse lì, al fosso, dove Bucco se ne stava nudo sdraiato a prendere il sole. Le lucer­tole che la seguivano erano ormai un centinaio, forse più. Non avendo più molte energie da spende­re in ulteriori e inutili corse decise di sve­gliarlo gettandogli sul viso un lembo della tovaglia.
 Bucco, che nel frattempo le si era seduto accanto, si    guardò attorno: non vide nessuna lucer­tola. "Dove sono finite le tue bestie?" chiese. Non ottenne risposta.
La ragazzina continuava a parlare come avesse bisogno di sfogarsi di quella che sembrava essere una paura antica che ormai le rodeva dentro senza sosta.
"Una volta, ero bambina, una mi ha morso e mi ha lasciato il segno". Bucco l'ascoltava sempre più imbarazzato sul da farsi: i suoi abiti lì vi­cino gli parevano irraggiungibili in quanto la ra­gazza teneva a bada qualsiasi suo movimento, di fatto obbligandolo a rimanerle seduto accanto.
"Una volta, ero bambina, una mi ha morso e mi ha lasciato il segno" ribadì con maggiore insi­stenza l'Adolescente Bionda: ciò che Bucce avreb­be visto da lì a poco non sarebbe più riuscito a toglierselo di mente. La ragazza tirò il nastro che le stringava la scarpa destra, si scalzò, af­ferrò il piede nudo e ne mostrò la pianta a Bucco. Questi vide il segno: una striscia verdastra, a scaglie, le tagliava di netto il bianco del piede. Sembrava una lucertola schiacciata.
"No, non fa male", disse appoggiando il piede sulla scarpa appena tolta, "Dorme. I medici che mi curano dicono sempre che non è nulla, una specie di voglia; meglio, comunque, che la lasci stare, che la lasci continuare a dormire”.
Bucco, spaventato da quel segno, si dimenticò dei propri indumenti impilati li vicino al fosso. La direzione del vento forse era mutata: da mezzogiorno non aveva più sentito spiovergli addosso i rintocchi del campanile del paese al di là del confine nero dei platani contro i cui stecchi più alti continuavano a inciampare i fili bianchi delle nubi.
Bucco cercò di tranquillizzarla con una nuova carezza a sfiorarle i capelli biondi, appena un increspo delicato. La ragazza continuò a fremere: un giorno o l'altro non avrebbe avuto più fiato o forse la voglia di correre per lasciarsi lontane le odiate lucertole. Un giorno o l'altro, magari un attimo di distrazione, l'avrebbero raggiunta segnandola di nuovo. Era certa che l'avrebbero guastata alle caviglie, poi più su alle ginicchia; neppure il ventre piatto le sarebbe stato rispar­miato. L'Adolescente Bionda si rimise a piangere: "Prima o poi arriveranno fin qui", disse portando­si una mano sotto il seno sinistro, un minimo gon­fiore indizio del suo farsi donna. "Lasceranno l'ultimo segno proprio qui, vicino al cuore". La ragazza s'accostò ancora di più a Bucco, quasi a sfiorarlo.
Il sole cominciò lentamente a smorzarsi. I fili delle nuvole, che inciampavano negli stecchi più alti dei platani neri, avevano abbandonato il loro bianco per arrossarsi lentamente. Dì lì a poco si sarebbero infuocati e, poi, spenti nel fari notte. La ragazza non raccontava più. Sembrava più calma, quasi assopita, il capo tra le ginocchia.
Bucco allora si ricordò d'essere lì nudo, co­perto solo dalla cintola in giù dalla tovaglia rossa. Scosse la ragazza: " È tardi. Bisogna anda­re in cerca dei tuoi. Saranno disperati. Mi rive­sto e andiamo". La ragazza alzò il capo, lo fisso negli occhi, i suoi liquidi, e disse: "No, per fa­vore. sono stanca, non ho più forze per correre via alle lucertole. Rimaniamo. Verranno a cercarmi con la macchina".
"Rimaniamo. Verranno a cercarmi con la macchi­na", ribadì la ragazza riabbracciandolo alle gi­nocchia.
"Oggi qui intorno non ho mai visto lu­certole" fu il vano tentativo di Bucco per dis­suadere la ragazza di rimanere li nel prato. Una punta di freddo gli graffiava, la schiena nuda. "Dormiamo", disse l'Adolescente Bionda, "Verranno a prenderci".
Bucco sentiva la testa pesante: il sole del mezzogiorno, ma soprattutto quel segno sotto il piede, bianco, della ragazza e quel tragico pre­sentimento che gli era stato confidato, fra le la­crime, l'avevano frastornato. Si sentiva stanco, come avesse sonno. "Verranno a prenderci", disse l'Adolescente Bionda e si addormentò.
Vennero che era quasi notte: le torce, i cani, le ambulanze, le auto della polizia. Vi fu un gran frastuono. La ragazza, ancora intorpidita dal sonno e dall'umidità, fu accompagnata dalla madre e da due lettighieri in un ospedale della città, Bucco al Comando di  Polizia.                            
Impiegò una notte a raccontare del sole preso nudo nei prati, di tovaglie rosse, di storie e di paure, ma mai volle dire di quel segno orribile che guastava il bianco del piede, dì sotto, della ragazzina, un rispetto dovuto alle suo dolore: un segreto che non avrebbe confidato mai a nessuno. Che Bucco non avesse abusato di lei se ne con­vinsero all'alba, dopo una telefonata che giunse dall'ospedale. Gli diedero da indossare una giac­ca e un paio di pantaloni, questi fuori misura, e lo accompagnarono nel prato a riprendersi gli abiti e la sua Legnano nera.
La notte aveva regalato rugiada ad ogni cosa, il nero dei platani faticava ancora a stagliarsi netto fuori dalla foschia, giù all'orizzonte. Quando fu sul luogo dell'incontro raccolse gli abiti impilati vicino al fosso. Di sotto riposavano un centinaio di innocue lucertole. Private del riparo si misero a correre via tra i piedi di Bucco e di quelli de­gli agenti che erano li con lui.
Bucco tormantato dal suo segreto, gli altri perplessi.