13.03.2018 11:49

TEATRO FRANCO PARENTI/VILLA DOLOROSA

Kricheldorf e Rustioni rileggono Čechov

 

Anton Čechov nelle Tre sorelle propone la rilettura della società aristocratico-borghese della Russia della fine del XIX secolo. Proprio il testo di Čechov sta alla base di questa solida, bene impiantata, riscrittura/rilettura della giovane drammaturga tedesca Rebecca Kricheldorf, un continuo, a volte sinistro, ma sempre ironico e garbato intreccio di sguardi per far vivere le suggestioni russe di  Čechov nell’oggi.

Rebecca Kricheldorf ci propone, in questa sua Villa dolorosa, un grande tourbillon, sgangherato e decadente,  di disordinate emotività che sembrano ribollire, o meglio far bolle proprio nella vacuità d’essere bolle, in un magma di cattiverie e insulti che non riesce a fissare un presente sempre più impoverito di ideali di obiettivi, di luoghi placenta dove porre il proprio futuro che al pari del presente si prefigura già sfilacciato e non riplasmabile.

L’ambientazione della pièce non è più la Russia fine Ottocento ma una Germania post ’89, dopo la caduta del muro. Al centro della storia una famiglia, tre sorelle e un fratello, che vive in una sorta di colpevole, a tratti forse incosciente, autoclausura intellettuale in una villa, che apprendiamo andare letteralmente a pezzi. Alle pareti del salottino che traspira muffa, l’odore di vecchio dei suoi giovani occupanti, stanno angoscianti numerose cornici, in legno grezzo, vuote. Proprio grazie a quelle cornici la scenografia di Paolo Calafiore ricorda, ogni minuto, che Villa dolorosa è la storia di assenze, di incolmabili vuoti. I giovani sono orfani di genitori ricchi e intellettuali, quasi maniacali lettori dei grandi russi e questo essere maniacali si evidenzia nell’aver assegnato alle figlie i nomi delle protagoniste del dramma čechoviano: Olga (Federica Santoro), depressa insegnante in procinto di diventare preside di un liceo che detesta, con quell’ostinato, quasi un mantra disperante, ripetere e sottolineare che è l’unica della famiglia a lavorare; Irina (Eva Cambiale), giovane border line sospesa nella confusa scelta di quale facoltà frequentare all’università, prigioniera di una giovinezza solitaria, colma di alcool e musica, da cui sembra non avere alcun desiderio di disincagliarsi e crescere; Mascia (Silvia d’Amico), sposata con un collega di Olga che non ama più e forse non ha mai amato, che di nascosto assume da sempre la pillola per non rimanere incinta da un uomo che, appunto, non ama; e Andrej (Gabriele Portoghese), poco probabile “futuro” romanziere, un uomo instabile, avanti indietro dal salotto bene, alternando rosari di parole e rinnovate scomparse dietro le quinte.
Lo spettatore ritrova la famiglia, di anno in anno, nella sempre più decadente villa per festeggiare il compleanno di Irina. Un rituale dolorosamente gridato, sempre e comunque un fallimento. Tra musica a palla e regali per nulla graditi sono feste ad altissimo tasso alcolico in assenza d’invitati, in attesa di raddrizzare esistenze sfasciate e cupamente noiose. A dare un barlume di speranza alla famiglia intervengono Georg (Roberto Rustioni), affascinante uomo di mezz’età con una moglie, vene dei polsi forse appena graffiate, pronta a reiterati tentativi di suicidio; e Jeanine (Carolina Cametti), il nuovo amore di Andrej, povera, nel primo significato senza apposizioni del significato letterale, che ovviamente non dà sul genio delle tre sorelle, ma che si imporrà nella casa come organizzatrice caparbia e gran fattrice: in tre anni darà alla luce tre figli. In realtà sia Georg che Jeanine non fanno altro che spingere gli altri verso un vuoto e disperante basso.

Rustioni, adattatore e regista dello spettacolo, crea un clima di amarezza angosciante, seppure condita da sapida ironia; in realtà mette in scena una grande dissertazione sul tema della felicità e dell’infelicità.

Il finale, andato a far valigie Georg per un imminente trasferimento all’estero e uscita per andare a ballare una sempre più emancipata e positiva Jeanine, vede soli i quattro fratelli, ubriachi fradici, che hanno perso ogni speranza non solo di costruire un futuro, ma neppure capaci di intravederlo. Nell’esasperata ed esasperante attesa d’un qualcosa che li rimuova dal torpore si concretizza proprio il disperato bisogno di rimanere inchiodati in quell’inevitabile torpore.

Il valido testo e l’ottima prova attoriale del gruppo compensa di gran lunga il disagio provocato agli spettatori dal luogo della avvenuta rappresentazione, un delizioso salottino immerso in un caldo soffocante.

Adelio Rigamonti.

 

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