13.03.2018 11:39

TEATRO ELFO PUCCINI/IL VIZIO DELL'ARTE

Elfo: il vizio di saper far teatro

Al teatro Elfo Puccini, fino al 31 gennaio, sarà in scena  “Il vizio dell’arte” (“Habit of art”) del britannico Alan Bennet per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia.  Fin da prima dell’inizio si ha la possibilità, neppure tanto virtuale, di essere spettatori di una prova aperta. Quando si entra nella Sala Shakespeare ecco due lunghi tavoli di fronte al palcoscenico dove vi è sparso un po’ di tutto: libri, carte, penne e immancabili bottigliette d’acqua e poi i mixer dietro i quali si siederanno tecnici veri e attori nel ruolo di tecnici. Su un palco senza alcun mistero vi stanno defilati tavoli per l’aiuto regista e i suoi collaboratori, al centro della scena divani  e poltrone, un abbozzo di malmessa cucina anni sessanta e sul fondo, tutto a vista, scale e trabattelli. Attori che entrano dal fondo, dai lati, dalla platea quasi a voler frantumare la quarta parete. Subito si comprende che il protagonista della pièce è il teatro tout-court; un’operazione di metateatro che ben si inserisce nell’itinerario drammaturgico e di ricerca dell’Elfo che da anni non fallisce colpo. Siamo al National Theatre dove si sta provando Il giorno di Calibano con gli attori che entrano ed escono dai personaggi, un aiuto regista donna con l’intrattenibile e frustrato desiderio di essere attrice,  un autore tra lo scorbutico e il remissivo dinnanzi alla proposta o all’effettiva effettuazione di tagli al suo copione e quel balletto di incomprensioni e colpi bassi, in cui si passa con disinvoltura dall’usare indifferentemente fioretto o ascia, tra tecnici e attori e soprattutto tra attori stessi.

Al centro della pièce che si sta provando, il vissuto di due amici omosessuali, due “campioni” della cultura inglese, il poeta Wyston Hugh Auden e il musicista Benjamin Britten, uniti  dal vizio, forse meglio dall’abitudine, come suggerisce il titolo originale della commedia, di essere artisti. Il gran testo di Bennett avanza mixando le assai note biografie dei due artisti scritte da Humphrey Carpenter. Il pubblico tuttavia non si trova dinnanzi a un teatro documento grazie al luogo scelto, dall’autore stesso, per l’incontro: il teatro con la sua enorme componente immaginaria in cui gioco, illusione, trucco si mischiano in un intrico di semplicità suggestive, il tutto punteggiato, chiarito dalla presenza in scena d’un attore con l’ossessione di non voler essere lì solo per “servizio”, nel personaggio scomodo e petulante di un giovane che diventerà biografo di entrambi. Il tema fondamentale, intorno al quale “gira” tutto l’intricato gioco del dentro-fuori del teatro e del quotidiano mi pare essere la riflessione sul desiderio e sull’invecchiare e soprattutto sulla necessità di conservare una indissolubile onestà intellettuale e soprattutto intorno a questa necessità si impernia quell’incontro, in realtà mai avvenuto, tra i due artisti. Da una parte il bisogno di Britten di continui incoraggiamenti per dire la “sua” verità e contemporaneamente conservare una maschera sociale e dall’altra un Auden più “liberato” e spontaneo quasi contrito per l’esclusione, la marginalizzazione “dell’altro” dalla storia. Il tema della marginalizzazione ripreso mirabilmente nel finale dalle parole dell’aiuto regista rivolte all’autore.

Impeccabili, come al solito, tutti gli attori a partire da un eccellente Ferdinando Bruni nei panni dell’attore Fitz e del suo personaggio Auden, intenso e sobrio, violento e dolce, perfettamente “laido” e intellettualmente onesto. Elio De Capitani, l’attore Henry e i personaggi Boyle, tra maggiordomo e uomo di fatica, e Britten, di cui anche grazie al trucco con tanto di parrucca, fornisce un ritratto interiorizzato, affaticato, stanco ma non rassegnato perché il “vizio dell’arte” l’accomuna con lo scapestrato Auden. La “solita” perfetta Ida Marinelli, nel ruolo dell’aiuto regista, che si sdoppia per “coprire” attrici assenti durante le prove, ci confeziona un paio di cammei di bel teatro come quando dichiara il suo rammarico di non essere riuscita a fare l’attrice o l’intenso finale. Divertente nei siparietti in cui cantano gli arredi, in cui si parla di rughe oppure musica e parole dicono la propria. Tutti e tre gli “sketch” interpretati al fianco di Vincenzo Zampa, che è anche un divertente, divertito e un po’ schizzato attrezzista. Bravo il “marchettaro” Alessandro Bruni Ocana, sono piaciuti il puntiglioso autore di Michele Radice e Mattteo de Mojana al piano. Una menzione  particolare per Umberto Petranca, il futuro biografo Carpenter, che nel ruolo dell’attore Donald è un ironico e determinato spaccamaroni; esilarante, all’inizio del secondo tempo, la sua versione en travestì di Naughty Victorian Lady. Perfetta e dinamica, come sempre da molto accade, la regia di Bruni e Frongia. Spettacolo da non perdere.

Adelio Rigamonti

 

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