13.03.2018 11:35

PICCOLO TEATRO STREHLER/IL PREZZO

Un gioco al massacro

 

Al Piccolo Teatro Strehler, fino a domenica 14 febbraio, è in scena “Il prezzo”, prezioso testo di Arthur Miller, regia di Massimo Popolizio. Gran merito della Compagnia Orsini è l’aver prodotto un testo raramente rappresentato nei teatri italiani: l’ultima messa in scena risale alla stagione ’68 – ’69 con Raf Vallone. L’indovinata scena di Maurizio Balò è un grande, quasi soffocante, accatastarsi di mobilia coperta di teli di plastica tra cui un lungo tavolo posto in verticale, “di quelli che non passano nemmeno dalle porte delle case moderne”, qualche sedia, una monumentale arpa imballata alla meglio che viene portata dietro e davanti alle quinte più volte, “è l’arpa il cuore dell’affare”, un lavello a destra, in fondo si intravedono altre stanze e altri mobili, molto probabilmente un stanza da letto; un’imponente scala di ferro, passaggio obbligato per chi entra ed esce dall’appartamento e, quasi sul proscenio a sinistra, una gran poltrona che si rivelerà il filo rosso dei ricordi e dei contrasti di tutto il lavoro milleriano. All’interno di questa scena immobile, statica, incombente si muove un testo lucido e spietato che gira tutt’attorno alla stima del prezzo di vendita di tutta l’usata mobilia accatastata, con la quale, ricorda il vecchio broker interpretato alla grande da Umberto Orsini, “non si può essere sentimentali”. Il prezzo da stabilire è un pretesto per sviscerare rancorosi contrasti tra due fratelli, figli di un padre passato drammaticamente per la crisi del ’29, che si incontrano anni dopo la sua morte per sgomberare l’appartamento che sta per essere abbattuto: angoscianti i botti di sottofondo che di tanto in tanto ricordano i lavori di distruzione del palazzo, botti che dislocano realtà statiche e contemporaneamente rivitalizzano volatili ricordi, contrasti, malanime.

Tra i due fratelli, Victor (Massimo Popolizio) e Walter (Elia Schilton), è un gioco al massacro colmo di violente accuse incrociate, mentre si va delineando, drammaturgicamente costruendo, la figura di un padre parassita, infido e bugiardo. Inadempienze, gelosie, rivalse, antiche ferite si riaprono davanti a Esther (Alvia Reale), moglie di Victor. Contemporaneamente vi sono le “incursioni” di Solomon (Umberto Orsini), il vecchio broker, giudice “spara sentenze”, caustico saggio, quasi un clochard con tanto di busta per cibo e wisky: un giudice giunto lì per sbaglio. Il tutto prima del balletto finale, gran perla, quando l’ultimo, insperato colpo della sua vita si è compiuto.

Ricordato ancora una volta il gran merito della Compagnia di aver ripresentato questo notevole testo, sottolineo che non condivido completamente le scelte registiche. All’inizio, con Victor e sua moglie Esther in scena, ho trovato difficoltà ad adattarmi al metro recitativo scelto per l’allestimento: personaggi goffi quasi meccanici con gesti ripetuti, quasi un bozzetto macchiettistico. Questa cifra registica rimane inalterata per tutto lo spettacolo rivelando una scelta registica parossistica che amministra con disincanto (forse troppo) il dramma borghese in atto. Gli attori, a partire da Popolizio, anche regista, si adattano perfettamente al “gioco” restituendo al pubblico icone di cattiveria che, senza molto parere, lancia agganci alla realtà d’oggi. A volte si sottrae ai clichè registici Umberto Orsini con un’interpretazione magnifica, contemporaneamente sopra le righe ma sincera, che emerge in ogni battuta e gesto col mestiere e la maestria di grande e vero attore qual è.

Adelio Rigamonti

 

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