13.03.2018 11:57

PICCOLO TEATRO MELATO/CREDOINUNSOLODIO

La difficoltà del reale è di scena al Piccolo Teatro Studio

 

Dall’inizio della stagione teatrale milanese 2015/2016 è la seconda opera che vedo del giovane Stefano Massini, prolifico drammaturgo autore dello straordinario “Lehman Trilogy: "Donna non rieducabile", memorandum su Anna Politkovskaja all’Out Off, regia di Rosario Tedesco, interpretato da un‘ottima Elena Arvigo  (la recensione del 10 ottobre su queste pagine di Sonda-Life) e questo suo lavoro del 2011, Credoinunsolodio in scena fino al 20 dicembre al Piccolo Teatro Studio Melato. Il primo lavoro mi ha del tutto convinto, quest’altro occorrerebbe rivederlo almeno più rodato di quanto non lo sia stato in occasione della prima del 1° dicembre.

“Credoinunsolodio” scritto un’unica parola avverte lo spettatore fin dal titolo della complessa difficoltà della materia. Lo si può scandire in “Credo in un solo dio” o “Credo in un sol odio”, dove entrambe le opzioni non sono di certo alternative una all’altra, questo quanto emerge dallo spettacolo. 

Il pubblico è accolto dall’apparato scenico, complesso, di Mauro De Santis: brandelli, “indicazioni” di muri, un forse limite di trincea, una porta polverosa anch’essa brandello e resto di una forse esplosione. In primo piano i tavolini e le sedie di un bar, molti dei quali sospesi in aria, come nell’attimo fermato della conflagrazione: una fotografia macabra non solo del già successo ma di quello che continua e continuerà a succedere. Scorrono sul fondale, in modo ossessivo e martellante, numeri (ore, minuti, secondi), un conto alla rovescia angoscioso e angosciante che aiuta, o almeno tenta di aiutare, il pubblico a rimanere incollato allo sviluppo drammaturgico, in cui la paura e la necessità di governarla sono sempre presenti. I recenti fatti di Parigi e l’aria soffocante del teatro fanno tutt’uno per creare atmosfere e attese senza scampo.                                                  L’inizio, con l’ingresso successivo delle tre protagoniste e al contempo registe di sé stesse, mi è parso subito lungo, quasi esasperato, e soprattutto con troppe concessioni all’estetica del movimento e del corpo. Poi, un po’ più a freddo, tale inizio senza testo lo si potrebbe giustificare come un disegno registico atto a “trasportare” lo spettatore da quello che potrebbe erroneamente sembrare solo un documentario cronachistico feroce a ciò che in realtà il lavoro di Massini è: una riflessione continua, quasi puntuale della paura in cui quotidianamente siamo globalmente gettati.

Nonostante nel programma di sala si legga che le tre donne in scena possano essere “troiane contemporanee” non sono riuscito ad afferrare il senso tragico del lavoro.

Shirin Akhras/Sandra Toffolatti, studentessa universitaria palestinese, Eden Golan/Mariangeles Torres, cattedratica docente ebrea di storia ebraica e Mina Wilkinson/Manuela Mandracchia, soldatessa americana, non cercano una catarsi, né hanno interiormente un destino da realizzare, che si comprende solo in Shirin, l’aspirante kamikaze palestinese.

Il grande lungo monologo che sostiene tutto “Donna non rieducabile” qui si frantuma in tre monologhi, mai una battuta scambiata tra l’una e l’altra delle donne in scena. Tre monologhi tuttavia concatenati, tre punti di vista in contrasto del medesimo accaduto e accadente. Sovente l’incipit è simile se non identico. Un testo che non prende posizione, ma esprime solo punti di vista contrapposti diversi. Forse solo la soldatessa americana, mandata lì per occuparsi dei “contrattempi”, esprime qualche giudizio che esce, contrariamente agli altri due personaggi, dall’esclusivo sofferto vissuto personale. Più che giudizi, sono considerazioni ciniche ad alta voce: “Quando il dio di questo e il dio di quello” non vanno  d’accordo, “chiamano noi, per scegliere non quel che è giusto, ma quel che conviene”, interessante per focalizzare maggiormente il ruolo dell’aggiustatore occidentale, un accenno alla guerra in Bosnia: in Israele contro i musulmani, in Bosnia “pacche sulle spalle” ai musulmani contro i Serbi. Solo perché nell’uno e nell’altro caso conviene o conveniva.

Nel titolo si può leggere anche “Credo in un solo dio”, ma i riferimenti alle varie religioni sono vaghi abbozzati, come mi sembrano abbozzati i  personaggi poco scavati, indagati, consegnati a  un finale già indicato e prevedibile, benché non definito, annunciato sin dalla prima battuta. Una narrazione continua, a volte debordante e un po’ chiacchiera, praticamente nulla l’azione. Così che la regia si inventa azioni extra testo suggestive ma anche un po’ artificiose, come il già ricordato lungo inizio.

Il linguaggio del testo è  a volte aulico e quindi necessariamente anche didascalico per tornare alla contemporaneità dei fatti narrati. Anche la recitazione risulta perciò essere aulica e tutto lo spettacolo ha bisogno di oliarsi per riavere Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres delle splendide “Troiane”, sempre al Piccolo Teatro Studio. Ma qui era richiesto ben altro, soprattutto un’azione scenica più concreta e coinvolgente.

Adelio Rigamonti

 

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Il giudizio di Teatro a Milano:

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