28.05.2020 16:22

OTTOBRE/PICCOLO TEATRO STREHLER/IL MAESTRO E MARGHERITA/5/5

MARGHERITA, HAI PAURA DELLA MORTE?

Dal 15 al 27 ottobre, al Piccolo Teatro Strehler, Il Maestro e Margherita, tratto dal romanzo omonimo di Bulgakov e adattato alla scena da Letizia Russo per la regia di Andrea Baracco.
Un cast eccezionale: Michele Riondino nel ruolo di Woland, Francesco Bonomo (Maestro / Ponzio Pilato), Federica Rosellini (Margherita), Giordano Agrusta (Behemot), Carolina Balucani (Hella / Praskoy’ja / Frida), Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha), Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha), Alessandro Pezzali (Korov’ev), Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo), Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij), Oskar Winiarski (Ivan / Ieshua).

 

Difficile sbagliare, dati tutti questi elementi. Infatti non si trova nessuna crepa e il testo non viene abusato da un’interpretazione banale. Particolare, però, la scelta di mantenere alcuni passaggi, eliminandone altri: la scena finale, che nel romanzo è forse il momento più alto e epico, è leggermente ingrigito. Complice la difficoltà di restituire il complesso mondo di Bulgakov. Compensa questa mancanza la scelta della canzone Anthrocene di Nick Cave (dall’album Skeleton Tree), in cui si affronta una situazione apocalittica, dove l’uomo ha distrutto il proprio mondo e “we’re falling now in the name of the Anthrocene”.
In generale, l’interpretazione del testo russo trasmessa da questa pièce opta per un’umanizzazione delle vicende. Nel senso che molto spazio viene dato al malessere, alla depressione e alla pazzia. Il finale, appunto, concretizza la situazione di disperazione che ha attanagliato i protagonisti del testo.
Sotto questo punto di vista, i personaggi non-umani – come Woland e il suo seguito – diventano metafore di sentimenti, paure, simboli dell’uomo post-moderno.
Ponzio Pilato e Jeshua, interpretati dagli stessi attori rispettivamente del Maestro e di Ivan, sembrano rappresentarne i corrispettivi, i completamenti di individui unici e complessi.
Tre ore di spettacolo che scorrono lisce come l’olio: il ritmo è sempre veloce, agile, eccitante. Tra le scene dei personaggi minori che, grazie anche agli eccezionali interpreti, pur muovendosi come caricature riescono a trasmettere una psicologia estremamente complessa e raffinata, per cui anche il personaggio più becero mostra l’altro lato della medaglia: in questo Bulgakov viene mantenuto nel modo migliore.
Il ritmo impeccabile è sostenuto anche dalla perfetta scenografia e dagli spazi che Marta Crisolini Malatesta è riuscita a escogitare: varie porte permettono di lasciare il palco libero pur dando l’impressione di essere sempre in ambienti diversi. I personaggi compaiono o saltano fuori da queste aperture, intessendo una ragnatela di percorsi personali e svolgendo la pluralità di piani presente nel romanzo.
Nel complesso, quindi, un lavoro intenso, spettacolare e acuto nel reinterpretare (e riscrivere) Bulgakov. Poteva svilirlo e invece l’ha fatto rivivere.
Roberta Pasetti *
* Collaboratrice "Il teatro a Milano" - Sonda.Life

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