03.06.2020 12:45

NOVEMBRE/PICCOLO TEATRO GIORGIO STREHLER/FALSTAFF E IL SUO SERVO/5/5

NUOVA AVVENTURA SHAKESPEARIANA

Falstaff (Franco Branciaroli) e il servo (Massimo De Francovich) vengono ricomposti sulla scorta delle parti più divertenti ma anche più drammatiche dei personaggi presenti nelle opere shakespeariane (da Le allegre comari di Windsor a Enrico IV Enrico V): una creazione originale (di Nicola Fano e Antonio Calenda) in cui si fondono temi anche e soprattutto contemporanei. Nella messa in scena di quei personaggi, che ne rievocano sempre altri, è impossibile immedesimarsi – cosa insolita quando si parla di Shakespeare. Proprio grazie a questo allontanamento ricercato è possibile avvertire la critica e la problematicità. Da un lato il servo, che è sia freddo calcolatore sia “compagno di giochi” e di recite; dall’altro Falstaff sempre sull’orlo del crollo, dell’abisso e della caduta (in tutti i sensi). L’uno bisognoso dell’altro, malinconicamente inscindibili fino alla terribile fine. Anche sul finale (ovviamente drammatico) si riesce a evitare il pathos troppo catartico del personaggio negativo nobilitato dalla morte in battaglia, inserendo una comicità apparentemente causale.

In Falstaff e il suo servo (in scena al Piccolo Teatro Strehler, fino al 6 dicembre) la compassione è sempre negata a quei personaggi che non sono mai positivi.
Spesso capita, infatti, di imbattersi in figure finzionali così ben fatte e con psicologie così accattivanti, da restare ammaliati fino a volerle, in un certo senso, emulare; sino a voler bene e perdonare il Cattivo. Giusto o sbagliato che sia, di certo capita che a volte questa “esagerazione” immedesimativa scaturisca nella perdita di coscienza critica davanti all’errore. In questo spettacolo, appunto, non succede.

Per tutta la durata del dramma comico, inoltre, si faticano a sentire le voci degli attori. Un colpo di tosse basta a coprire un momento importante. Penso sia un effetto cercato, penso sia in linea con quanto detto sopra: impossibilitando il pubblico ad ascoltare con relativa facilità le parole, l’attenzione aumenta e assumono maggiore importanza le azioni e la fisicità degli attori. Grande libertà, così facendo, viene lasciata al pubblico: il medium teatrale, da caldo che è, si risolve in freddo (in base alle definizioni di McLuhan). In questo modo il cervello del ricettore non riceve tutta la marea di dati completi, ma frammentati, ed è compito suo ricomporli in maniera coerente, compiendo uno sforzo cognitivo maggiore del solito.

Insomma, uno spettacolo ricco e anche divertente, dove sembra tutto casuale eppure non lo è.

Roberta Pasetti*

*Collaboratrice di "Teatro a Milano"

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