02.03.2018 16:58

TEATRO MENOTTI/CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF

Un domestico gioco al massacro

 

A volte, sia pure molto raramente, può accadere a chi scrive di teatro di rammaricarsi che lo spettacolo visto abbia poche repliche in cartellone, così che qualsiasi recensione abbia poche possibilità di incidere, anche minimamente, sui lettori. Dopo aver assistito alla messa in scena di “Chi ha paura di Virgina Woolf?” al Tieffe Teatro Menotti, tale rammarico mi ha toccato: quello che viene considerato, con molte ragioni, il capolavoro di Edward Albee, in una bella traduzione di Ettore Capriolo, è stato messo in scena con ottimi interpreti guidati da una regia intelligente, attenta a concretizzare in ogni momento e particolare lo scontro di emozioni e parole in un crudele match anche fisico. 

“Chi ha paura di Virginia Woolf?” è la raffigurazione spietata della pazza serata di Martha e George, di Honey e Nick tra sbronze e cattiverie parossistiche. Tutto si svolge in un salotto borghese al centro del quale si eleva alto e imponente, una sorta di totem, un mobile bar con bottiglie e bicchieri scintillanti in bella vista; tutt’attorno tende a fili che permettono di vedere sempre anche il fuoriscena. Una scena semplice senza orpelli o oggetti simbolo sovrabbondanti come ricordo di precedenti versioni. Ogni match violento ha bisogno di un ring, di uno spazio ben delimitato e nel lavoro di Albee è lotta senza esclusione di colpi di una coppia matura davanti a una coppia più giovane, conosciuta in una festa appena conclusa e invitata da Martha per finire in pazzia la serata: i giovani Honey e Nick che sembrano già avviati alla totale incomprensione come accaduto tra Martha e Gorge. Un gioco al massacro continuo, senza la benché minima pausa: Gorge, un professore di storia senza carriera, “oggetto” preferito dalla moglie Martha per i suoi sfottò al vetriolo, moglie perfidamente umiliata dal marito. Un gioco al massacro che sembra essere abitudine anche tra i giovani coniugi: lui biologo e insegnante universitario, lei “fianchi sottili”, ricca, segnata cerebralmente da una gravidanza isterica, che si sbronza e vomita. Una sequela senza interruzione di colpi bassi finché Gorge comunica a Marta che il loro figlio immaginario, sintesi in complicità quasi compiaciuta della loro nevrosi, è rimasto ucciso in un incidente d’auto.             

La regia di Arturo Cirillo, davvero intelligente, mette in scena quattro personaggi border line senza ricorrere al minimo meccanismo stereotipato. Gli attori sono all’altezza di una regia esigente e “corretta”. Milvia Marigliano è bravissima in quel suo essere “carnalmente vigliacca” in una Martha da ricordare, Arturo Cirillo si è disegnato addosso un George “canaglia” sottile ma puntuale e violento che riesce a strappare più volte amare risate. Edoardo Ribatto e Valentina Picello sono decisamente piaciuti nel loro ruolo contemporaneamente di contrappunto complementarietà ai “disfatti” coniugi maturi: un Nick grintosamente arrogante, una Honey che comunica abilmente una febbrile inquietudine interiore. Da vedere.

Adelio Rigamonti  

 

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