13.03.2018 11:21

TEATRO DELLA COOPERATIVA/IL CARNEVALE DEI TRUFFATI

Il Carnevale dei truffati al Teatro della Cooperativa

Fino a domenica 20 dicembre è in programmazione al Teatro della Cooperativa di via Hermada “Il Carnevale dei Truffati” di Piero Colaprico con la collaborazione di Renato Sarti e Bebo Storti, regia di Renato Sarti. Sarti e Storti sono gli interpreti pressati e “coinvolti” dagli interventi video di Paolo Rossi.

Mettere in scena un testo che ha per protagonisti due vittime della violenza degli anni delle stragi, l’anarchico Giuseppe Pinelli (Renato Sarti) e il commissario Luigi Calabresi (Bebo Storti), “fa tremare le vene dei polsi”, per citare le note di regia, ma l'argomento viene trattato con delicatezza e riesce a passare lieve, anche se con messaggi, a volte, forti.

Con un po’ d’azzardo e senza andare tanto per il sottile, Piero Colaprico immagina due “antagonisti” coinvolti dalla stessa tragedia a tessere colloquiali rapporti che diventano consuetudine. L’opera infatti, a partire dai personaggi, non è che un pretesto per collegare l’epoca degli attentati, degli agguati, del terrorismo, del sangue a ciò che avviene ai nostri giorni. In una dichiarazione ai tempi delle prime rappresentazioni, nel finale della scorsa stagione, autori e protagonisti affermano: “Abbiamo soltanto cercato, anche attraverso il sorriso e i colpi di scena, di stabilire un contatto diretto fra quel passato, che troppi ignorano, o hanno dimenticato, o fingono di dimenticare, e questo presente che, anche se non lascia scie di morti, tra arroganza, mancanza di prospettive, rischia di fare male lo stesso, seminando indolenza e nichilismo.

Storti e Sarti sono come sempre bravi, anche se il primo ha sempre il freno a mano tirato per trattenere le sue capacità di improvvisazione esplosiva. Fra l’altro nella replica a cui ho assistito io, un paio di spettatori, spiritosi a tutti i costi, con battute ad alta voce inopportune hanno bloccato un po’ i meccanismi dello spettacolo. Meccanismi che forse avrebbero bisogno di ulteriore rodaggio che permetta di migliorare il ritmo, soprattutto nei dialoghi della prima parte, dove già la scelta di sottolineare, anche pesantemente, la camminata in cui i due sono costretti nell’aldilà può fare correre il rischio di ridurre anche i numerosi spunti geniali in macchiettismo. Forse da registrare anche “i collegamenti video”  con dio/Paolo Rossi, non perfettamente sincronizzati all’azione.

Pur essendo un testo recente, la parte dell’attualità si ferma alla fine del berlusconismo e i pochi “incisi” sul renzismo dilagante e su altre amenità dell’oggi non sono del tutto efficaci.              

Adelio Rigamonti

 

 

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