TEATRO DELLA COOPERATIVA/HERMADA

02.03.2018 10:52

Anime che per straziati monti reclamano ancora la vita

 

Al Teatro della Cooperativa si replica fino al 17 aprile Hermada di Renato Sarti che ha curato anche la regia. Lo spettacolo fa parte della rassegna La Grande Guerra che il Teatro della Cooperativa dedica alle tragedie della Prima guerra mondiale 1915/1918 di cui ricorre il centenario.

Il sottotitolo, dovuto, è una sorta di ringraziamento al quartiere e alla via in cui si trova il teatro, via privata Hermada, appunto.

La scena, molto bella e d’impatto, opera di Carlo Sala, accoglie il pubblico a sipario aperto: una serie di tele smosse da una vento, più che meteorologico, di sofferte memorie che per punte e smussi vogliono ricordare il mosso panorama tra Monfalcone e Gorizia e precisamente tra l’Hermada e il San Michele.

L’idea vincente di Hermada è quella di aver creato un suggestivo e suggestionante dialogo tra i due monti. Come opportunamente ricorda il programma di sala l’Hermada e il San Michele sono distanti, l’uno dall’altro, in linea d’aria un tiro di mortaio.

L’accurata documentazione, per l’occasione con la collaborazione di Fabio e Roberto Todero, Lucio Fabi e IRSML Friuli Venezia Giulia, è una sorta di indiscutibile marchio di fabbrica dell’autore e regista dello spettacolo; come ha avuto modo di dire la grande Giulia Lazzarini, Renato Sarti è un tenace e puntiglioso ricercatore paragonabile a “un cane per tartufi”.

Hermada, oltre a voler essere anche divulgativo degli orrori di cent’anni fa, è soprattutto teatro.

Dalle due punte più alte della scenografia emergono Alex Cendron e Valentino Mannias che daranno rispettivamente vita ai due monti; il primo all’Hermada rimasto in mano austriaca e il secondo al San Michele sulle cui pendici nacque il mito dell’eroica Brigata Sassari.

L’immaginario dialogo, d’effetto e pregnante, è punteggiato da letture di militari del regno austriaco, istriani compresi, da una parte e dall’altra di giovani sardi che combatterono con coraggio e con orgoglio per una terra quasi estranea a loro, quella terra che Emilio Lussu, nel suo bellissimo Un anno sull’Altipiano descriveva come una terra di pipe.

Penso che sia giusto sottolineare come il testo di Sarti e le lettere scelte a farne parte non sia assolutamente di parte o assurdamente trionfalistico o partigiano. I fatti raccontati mettono in risalto le morti, le mutilazioni, le paure e le angosce di giovani e giovanissimi, agli ordini di un re o di un imperatore non importa, mandati a combattere una logorante e “sudicia” guerra di posizione. Quelle anime, come giustamente le vuole ricordare il testo ancora s’aggirano tormentate nella terra rossa “e sotto forma di foglia, arbusto, fiore, filo d’erba” a reclamare ancora oggi la vita.

Ed è proprio a questo “reclamare la vita” che Alex Cendron e Valentino Mannias danno teatralmente corpo con un’interpretazione  che li rivelerà ai più, non solo talentuosi, bravi e puntuali nel dar battute, ma come certezze del futuro del teatro italiano. Da vedere.

 

Adelio Rigamonti