UNA PARTENZA

Sotto, in tutto quello sguazzo creato dalla pioggia, lavoravano e lavoravano i minuti semi del loglio. Sopra si installò nel cielo quello scintillìo proprio del cielo dopo una tempesta. Nel mezzo stava la terra e ben marcata una striscia di fango che un indicatore stradale sosteneva essere una via.
 Dio solo sa perché Bucco scelse proprio quel giorno per partire. Giungere al bivio voleva dire infangarsi da capo a piedi. Bucco, di tanto in tanto, s’aggiustava, quasi indispettito le molle in fondo ai calzoni: lo infastidiva quell'insistito picchiettare contro la pedaliera e l'alloggio della catena della bicicletta. 
“Se saltasse fuori un ranocchio, magari grosso”, pensò Bucco.  Istantaneamente nella sua testa arruffata si insinuò l’idea bislacca di gocare alla caccia del ranocchio. Per qualche decina di metri s'alzò sui pedali, le braccia tese e le mani alte sul manubrio, gli occhi attenti e mobili nell'atto dello spiare. Sperdersi nella caccia al ranocchio avrebbe voluto dire per Bucco perdere tempo e, soprattutto, perdere la coincidenza con la corriera in cima  al bivio. Così non fu. Non più di un chilometro tra i filari di peri inzuppati e Bucco sarebbe giunto al luogo della partenza. Nella testa che ronzava, la strada si rovesciò al basso unitamente ai suoi pensieri e Bucco vi si infilò.
Sotto l’arco di mezzo montava la guardia un santone dalla testa rasata. Aveva mani rozze. L’arancione della sua veste lasciava scoperta un'ampia porzione di un petto scuro di pelo; imberbi, invece, le gote. Mosse appena le labbra, quasi sottolineando un ghigno ostile. “Come te la meni male” disse il santone a Bucco nel lasciargli il passo verso la piazza del mercato.
      In un angolo della pizza, dove si era esibito da poco il Mangiafuoco, alcuni ragazzi ballavano all’interno d'un cer-chio bruciato in cui l’erba avrebbe tentato, se pure con stenti, di ricrescervi. Gli zingari vendevano unguenti e pietruzze colorate; alcuni di loro leggevano i tarocchi tra monili di latta esposti su teli cerati stesi a terra.
Una taverna chiudeva lo spazio a Sud. Dentro vi era ancora posto per chi si fosse accontentato di sedersi sulle barre di ferro che correvano lungo le pareti del locale. “Il male, si sa, viene tutto dal Nord”.
Là si beveva e si diceva male del Nord. Le ragazze avevano la gola secca. La più piccola di loro aveva una treccia verde, portata come fosse una coda di pavone. Era stata ritrovata una volta e mezzo smarrita tra i banchi di un altro mercato. Accovacciata a terra raccontò di leoni rossi accucciati alle porte di altri paesi come stessero lì ad attendere uno slucciolare di stelle che li saziasse. Disse di un uomo vestito di bianco. “Con la testa arruffata come lui”, disse la ragazza indicando Bucco, “e le medesime dita affilate”.
Lo vide per l’ultima volta che mostrava, in un gioco di specchi, che specchi non erano, scimmie verdi in gabbie d’ottone lucente. La Ragazza Dalla Treccia Verde a dai seni minuti parlò di un mozzo salpato per chissà dove dopo averla goduta  con forza per tre lune.
Sospeso il racconto, chiese da bere e della Cascina dei Lecci, lontana dalla piazza del mercato. Voleva andarci per via delle pesche che là, almeno le vecchie asserivano convinte, erano spicche.
Nessuno dei presenti l’avrebbe accompagnata alla Cascina dei Lecci. Già suonava il Vespro e a sera il Vescovo sarebbe uscito dalla chiesa a benedire il santone dalla testa rasata, i ragazzi che ballavano nel cerchio bruciato dal Mangiafuoco,  gli zingari e le ragazze che avevano secca la gola. Il Vescovo era venuto apposta alla piazza del mercato, perché perderselo? Tra i banchi una parata di luci. In fondo alla piazza luccicavano i soli e le trombe di latta del baraccone dell’Opera all’ombra del quale uno storpio vendeva santini. Vendere e vendere. Lì tutto si vendeva, meno le pesche spicche che la ragazza ritrovata voleva gustarsi alla Cascina dei Lecci.
 
         La via tutta fango sbucò al bivio. La bicicletta addossata alla marginina. Qualcuno di famiglia l’avrebbe ripresa sul farsi buio. Bucco partì con la corriera delle diciotto e ventidue. Il giorno era il tre, il mese di luglio, dopo un temporale.